Il seggiolino eiettabile. Essere giovani, soffrire di un disturbo psichico e studiare nell’Italia del XXI secolo.

Questo testo è disponibile anche sul blog Lupetta Volante

di Costanza Savaia

Molto spesso mi sento chiedere perché alla mia età non sia ancora laureata.

“Ma come, con il cervello che hai, non riesci a dare un esame?”

“Ma tu di esami potresti darne ventiquattro in un anno!”

“Tu te la mangeresti l’università, sei così intelligente! Com’è possibile che tu non ci riesca??!”

Queste domande con il tempo si fanno sempre più estenuanti. Ho deciso quindi di raccontare qui la mia storia e farla leggere a chiunque ponga il fatidico quesito, così da evitare fatica a me e agli altri e non dover rivivere altre mille volte il peso di dover spiegare, spiegare e ancora spiegare.

Nel 2013, verso la fine del primo anno scolastico del liceo, subii un evento traumatico molto complesso, impossibile da liquidare in due righe, per cui non ne parlerò qui. Una delle conseguenze immediate del trauma fu che cominciai a soffrire di fobia scolastica. L’anno successivo la fobia si acuì molto, al punto che mi trovai di fronte alla concreta eventualità di essere bocciata perché non scrutinabile. In buona sostanza, avevo fatto troppe assenze. Potevo evitare la bocciatura dando un esame di idoneità, cioè un’ultra-verifica su tutto il programma, di tutto l’anno, per ogni materia. Ero al liceo classico, c’erano greco, latino e tante altre cose. Accettai l’esame di idoneità. Studiai da sola il programma di tutte le materie, diedi l’esame di idoneità, lo superai.

La fobia scolastica peggiorava. Riprovai altre tre volte a tornare a scuola: in terza superiore, e due volte in quarta. Due volte in quarta perché decisi di cambiare classe e ripetere la quarta in un’altra sezione. Fu una decisione mia, non ero stata bocciata all’esame di idoneità. Nel settembre 2015 avevo dato l’idoneità per frequentare la quarta, nel 2016 mi fermai e aspettai settembre per presentarmi in una nuova classe. Speravo che cambiare sezione potesse funzionare contro la fobia scolastica. Non funzionò.

Nel frattempo avevo sviluppato un’acuta sindrome di ansia e depressione. Andavo in psicoterapia, assumevo molti psicofarmaci, li cambiavo spesso perché molti mi davano effetti collaterali e basta, senza effetti apprezzabili sulla mia salute mentale. Il grande vincitore era lo Xanax, mentre con gli antidepressivi ho avuto solo storie finite male, nel frattempo provavo con antipsicotici, neurolettici, stabilizzatori dell’umore, non me ne sono fatto scappare uno.

Per due anni, fra il 2015 e il 2017, frequentai assiduamente il Centro diurno per adolescenti con disagio psichico di Villa Frascaroli, a Pietra Ligure, uno dei pochissimi centri pubblici italiani dedicati ai giovani sotto i 24 anni. Già da quello che ho raccontato finora potete intuire che se ora ho il diploma è perché sono stata due volte fortunata. La prima fortuna è che mi sia toccato in sorte un cervello che mi consente di studiare da sola, se non lo avessi avuto non sarei andata oltre la prima superiore. Non è nella natura umana studiare da soli. Ne soffrii molto. A volte la sofferenza era così intensa che, soprattutto quando affrontavo le materie più difficili, mi inducevo dolore fisico per costringermi a rimanere sul posto di studio. Per esempio, mi laceravo la pelle di una mano ogni volta che avevo la tentazione di abbandonare una versione di latino, oppure mi colpivo le ginocchia con una grossa pietra granulosa, fino a farle diventare viola di ematomi, finché non raggiungevo il traguardo di 70 pagine al giorno. Più di ogni altra cosa, mi imponevo di restare chiusa in casa, come espiando una pena. Non era autolesionismo, era una coercizione inflitta razionalmente, come quando si dà una frustata all’asino per farlo procedere, e rispetto all’autolesionismo propriamente detto era decisamente meno spettacolare. Alla lunga, però, la sofferenza fisica mi entrò dentro, si interiorizzò, si fece una cosa sola con il dolore psichico, e cominciai a sentire un irrisolvibile senso di logoramento che mi toglieva le forze. La coercizione fisica era una risposta a una forma di stress che non faceva che creare altro stress, aggravando le mie condizioni, in modo lento ma profondo. A oggi sento una stanchezza persistente, ho perso il piacere di tante cose, faccio fatica a muovermi dal letto. Ma la coercizione fisica non è l’unico motivo per cui presento questi sintomi, la mia condizione è molto più complessa. Ora proseguo.

Dicevo delle due fortune. La seconda fortuna è di abitare a Savona, a 30 chilometri da uno dei pochissimi centri italiani per la terapia psicologica degli adolescenti in forza al Servizio Sanitario Nazionale. All’epoca, quando fu aperto, mi pareva di aver letto su un giornale che addirittura ce ne fossero solo tre in tutta Italia, ma ho paura di dire una stupidaggine, però resta che sono drammaticamente pochi ancora oggi. Nella gran parte d’Italia, se sei adolescente e soffri psichicamente, finisci mischiato agli adulti, nei centri diurni come nei ricoveri, ed è strutturalmente impossibile che ti venga dedicata la diversa attenzione che la tua situazione richiede.

Le mie due fortune corrispondono ad altrettante sconfitte dello Stato. Il guaio è che l’elenco delle fortune non è finito, quindi neanche quello delle sconfitte dello Stato.

Nel 2017 accadde un guaio. Che in realtà non era un guaio, non avrebbe dovuto esserlo in un Paese in cui la salute mentale di una persona sia considerata degna di essere curata.

Era un guaio agli occhi di persone molto importanti – alcuni insegnanti – e lo diventò per me. La parte orale dell’esame di idoneità per accedere alla quinta superiore cadde infatti in un periodo di sofferenza psichica estremamente intensa. Mi presentai all’esame, è il caso di dirlo, fattissima. Non di droghe. Di farmaci regolarmente prescritti. Le mie condizioni erano tali che senza quei farmaci non sarei riuscita neanche ad alzarmi dal letto. Talofen e Xanax in particolare erano i campioni della mattinata. Soprattutto lo Xanax, e si vedeva molto.

Superai l’esame con enorme fatica. La media della sufficienza era risicata. Ero sostanzialmente priva di coscienza. Come dico spesso, forse riuscii a dire quel minimo indispensabile che dovevo dire perché in me le informazioni non sono accumulate dalla memoria ma da una particella di universo che accoglie le nozioni ed è immune ai farmaci.

A un certo punto scoppiai a piangere nel mezzo dell’aula. Una professoressa di educazione fisica mi venne in soccorso. L’interrogazione successiva era quella di greco e latino. Uno dei due professori si rifiutò di interrogarmi, definendomi con rabbia e disprezzo “inqualificabile”. Il suo rifiuto comportava automaticamente l’annullamento dell’esame, per superarlo dovevo essere valutata per tutte le materie. L’altro professore allora, di sua sponte, mi interrogò sia di greco, sia di latino, e salvò il mio esame e forse anche la mia vita.

Il disprezzo del professore disposto a mandare all’aria tutto l’esame mi fece molto soffrire. Ma fu poco rispetto a quello che accadde alcuni giorni dopo. Avevo infatti deciso che l’esame di idoneità successivo, propedeutico alla maturità (no, non si va direttamente alla maturità, a maggio bisogna dare il solito esame di idoneità e poi fra giugno e luglio la maturità, insomma una doppia maturità a stretto giro), lo avrei affrontato da esterna, senza iscrivermi di nuovo a scuola. Un professore che mi aveva dato alcune lezioni nei mesi precedenti per darmi una spinta su alcune materie particolarmente difficili, dopo aver visto il risultato, si vergognò di me. Mi disse che avevo dato una prova indegna della mia intelligenza, che avevo fatto un disastro, che dovevo vergognarmi, con le capacità che avevo, di aver dato così poco. Disse ai suoi colleghi che avevo avuto “la decenza”, “per rispetto”, di dare l’ultimo anno da esterna, e di non farmi più vedere al liceo. E non contento di aver diffuso questo proclamo presso gli altri docenti dell’istituto, me lo fece sapere dalla sua stessa voce, al telefono, con assoluta tranquillità, quasi con fierezza, orgoglioso della propria risoluzione.

Questa fu la bomba vera. Sono cresciuta in una famiglia profondamente innamorata della Costituzione. Sempre, fin da quando andavo all’asilo, mi venivano ripetuti sia da mia madre, sia da mio padre, i miei diritti costituzionali, perché non li dimenticassi mai e li interiorizzassi. Constatare che la mia sofferenza non passava completamente inosservata, veniva vista eccome, e veniva vista non come sofferenza ma come indecenza, una cosa indecorosa, al punto da ritenere giusto e rispettoso che mi venisse negato il diritto costituzionale a frequentare un istituto statale, fu così terribile per me da provocarmi una somatizzazione devastante.

Poche ore dopo la telefonata, il nervo trigemino si incendiò, causandomi una nevralgia catastrofica. Presi antinfiammatori e analgesici in dosaggi che avrebbero steso un cavallo da tiro (solo di ibuprofene prendevo 4800 mg al giorno). Allo stesso tempo, sviluppai una gastrite terribile, come se lo stomaco mi si fosse accartocciato come un foglio di alluminio, con un dolore lancinante, come se mi fosse stato tagliato in due con una spada, e non riuscivo più a mangiare per il dolore, avevo una nausea terribile, mi veniva da vomitare in continuazione. Mi venne un dolore terrificante al braccio destro, quello che aveva sorretto il cellulare mentre il professore mi diceva con orgoglio di sé stesso che la mia sofferenza psichica mi rendeva indecente, irrispettosa verso gli altri e fruitrice morosa e illegittima dell’istruzione pubblica.

La nevralgia del trigemino durò una settimana. Sette giorni di un dolore che, per capirci, un mio vecchio medico definiva colloquialmente “sedia elettrica”, uno dei dolori più forti che il corpo umano sia in grado di sentire.

La gastrite durò per sei mesi. Cominciò il giorno della telefonata con il professore, in ottobre, e finì a marzo, quando finalmente potei temporaneamente pensionare il lansoprazolo, il Maalox, il Gaviscon e il domperidone.

Il dolore al braccio destro non è mai passato, ho sempre il tutore a portata di mano perché potrebbe scatenarsi in qualsiasi momento. Sono trascorsi più di cinque anni e a questi punti dubito che abbia intenzione di traslocare.

Nel frattempo, dopo che fra il 2015 e il 2017 avevamo indagato fin troppe piste per capire di che diamine di malattia mentale soffrissi, a uno psichiatra illuminato si accese una lampadina. Mi somministrò un test del potenziale cognitivo e un test per lo spettro autistico. Risultai positiva all’Alto Potenziale Cognitivo (APC, una condizione di neurodivergenza con forti conseguenze sulla vita di chi ne è interessato) e venne fuori che sono autistica. Non proprio due pesi piuma in termini diagnostici. Era il dicembre 2017. La mia vita cambiò completamente, fu una rivoluzione, capii che tantissime cose che sentivo come sbagliate non lo erano, erano semplicemente correlate a una condizione di diversità neurobiologica.

C’erano voluti 19 anni e mezzo, traumi multipli, fobia scolastica e sindrome acuta di ansia e depressione per capire che sono autistica e APC.

Dopo sette anni di tribolazioni (la malattia sviluppata in seguito alla telefonata mi rese troppo difficile studiare da sola, mi concessi alcuni mesi di tregua e ripresi a studiare nell’autunno 2018), finalmente nel 2019 riuscii a dare la maturità. La diedi in un altro liceo classico, quello vecchio non volevo più vederlo neanche in foto. La diedi da esterna, d’altronde l’istruzione pubblica non la meritavo, ero indecente, ero irrispettosa, eccetera, eccetera…

Presi 84 su 100 perché a chi si presenta come privatista per legge non è consentito dare di più. La riforma della maturità del governo Conte I, quella diventata famosa per le buste estratte a sorte, prevedeva che i professori potessero dare 5 punti in più a chi ritenevano particolarmente meritevole. Me li diedero tutti e 5. Così uscii con 89 su 100, 5 punti sopra la legge.

Era tutto tremendamente tragicomico. Quel professore aveva sentenziato che non meritavo l’istruzione pubblica, eppure presentandomi da esterna avevo ottenuto più di quanto avrei preso stando dentro. La mancanza dei crediti, determinata dalle assenze e dal non aver effettuato alcun tipo di alternanza scuola-lavoro, avrebbe pesato sul mio curriculum scolastico al punto che, indipendentemente dalla qualità della mia prova, se avessi dato l’esame da interna avrei preso poco più che la sufficienza. Mi ero presentata da fuori, e i professori del nuovo liceo classico mi avevano ritenuta così meritevole da darmi un voto il più possibile superiore a quello consentito dalla vecchia legge. Mi fecero pure i complimenti fuori dalla scuola. Un cortocircuito straordinario, in cui la ragione profonda dell’antifascismo, della democrazia e della Costituzione usciva integralmente mortificata, calpestata, triturata.

Quei sette anni erano stati un tale inferno che quando ritirai il diploma mi abbandonai alle braccia di mia mamma e scoppiai a piangere, mentre nel mio cervello una finestra si chiudeva con presa d’acciaio sull’atto stesso di studiare. Sviluppai una sindrome conosciuta come “hyperarousal da disturbo da stress post-traumatico”. Quando una persona subisce un trauma, è possibile che in circostanze che ricordano l’evento traumatico si verifichi uno shock adrenalinico, con una tale impennata di stress, aggressività e dolore da rendere pressoché impossibile svolgere una qualsiasi attività senza farsi del male e fare del male. Inoltre lo stress che si sprigiona è citotossico, se prolungato danneggia molto severamente l’organismo, con conseguenze che sul lunghissimo periodo possono contribuire al manifestarsi di complicazioni letali (la letteratura scientifica su come uno stress molto intenso e protratto negli anni possa contribuire insieme a eventuali altri fattori a un logoramento con esito letale è sterminata, non starò qui a dilungarmi al riguardo, sta di fatto che meno vado incontro all’hyperarousal e meglio è).

È una reazione atavica, senza ritorno, che il corpo impone come uscita di emergenza, come il seggiolino eiettabile sui caccia-bombardieri, al fine di evitare un pericolo mortale, del tipo: se non te lo metti in testa con le buone che se ti siedi sui binari finisci a brandelli, te lo faccio capire io con le cattive. Il seggiolino eiettabile non è piacevole, ma è meglio che tirare le cuoia in una palla di fuoco. La notizia è che il mio corpo sia arrivato a considerare i libri di testo come minacce non meno concrete di un treno in corsa o di una palla di fuoco.

Ogni volta che prendo in mano un libro da leggere non succede niente di particolare, se non che me lo leggo volentieri. Se prendo in mano un libro da “studiare”, molte volte accade che si accenda l’hyperarousal da PTSD. Lo stress è talmente forte che vengo assalita dalla frenesia, non riesco più a stare ferma, devo scappare, ma non è una fuga come quella nera dell’attacco di panico, è una fuga violenta, attiva, l’adrenalina mi fa impazzire di rabbia, non mi fa più sentire il freddo, mi gonfia i muscoli per schiacciare chiunque mi ostacoli la via per mettermi in salvo, ripartono tutti i sintomi della gastrite, mi torna il dolore al braccio destro. Per fortuna non torna la nevralgia del trigemino, d’altronde ho fatto rimuovere le principali terminazioni nervose nei denti sul lato destro della bocca per renderne meno probabile il ritorno, al solo pensiero che mi possa tornare QUEL dolore mi sale un malessere profondo, una paura così porca che, quella sì, sfuma nel panico, è come se mi trasformassi in un animale fatto di puro istinto, e quell’istinto è in gran parte paura. Peraltro, quando il dentista aprì i denti per devitalizzarli, scoprì che in realtà erano già morti. La nevralgia del trigemino aveva provocato un trauma così forte da uccidere del tutto le terminazioni nervose, che ora giacevano in stato di necrosi asettica. La morte cellulare non aveva prodotto putrefazione, non essendoci né ossigeno né batteri che potessero avviare il processo di decomposizione. Mi fu detto che, rispetto a quanto pensavo, potesse essere successo il contrario, cioè che lo shock della telefonata avesse prodotto come effetto primario la morte dei denti, e che il trigemino si fosse infiammato a causa dell’anomalia.

Le crisi di hyperarousal da PTSD, al momento, riesco a curarle solo per via farmacologica. Non è un problema che si possa risolvere con un esercizio di concentrazione. I farmaci hanno un tasso di tossicità non trascurabile, più ne prendo e più il mio organismo ne risente. Studiare significa aumentare considerevolmente le dosi dei farmaci. Questo rallenta enormemente il processo di studio. Peraltro, le crisi di hyperarousal si combinano non di rado con il meltdown, che invece è una manifestazione di reattività aggressiva tipica dell’autismo e si verifica soprattutto in situazioni di sovraccarico sensoriale, emotivo, ecc., a sua volta estremamente stressante e fonte di estrema sofferenza per chi lo vive in prima persona ma anche per chi convive con il soggetto, perché il meltdown può essere particolarmente difficile da gestire, soprattutto se si manifesta come esplosione violenta di rabbia. Nel mio caso il meltdown si manifesta prevalentemente come scoppio di ira che mi acceca, comincio a sfuriare, a straparlare, non riesco a controllarmi ma nel frattempo sono perfettamente lucida, mi rendo conto dei danni che sto facendo ma non riesco a fare nulla per fermarmi, l’impennata di reattività è troppo forte per essere controllata, e non per niente da anni gli specialisti lavorano a forme di strategia e educazione alla gestione di sé stessi e delle proprie emozioni per far rientrare il meltdown. Se fosse un banale eccesso di rabbia (uno sciupun de futta, diremmo qui in Liguria!) basterebbe trattenerlo, perché come dice il mio psichiatra, “Gli impulsi non si controllano, i comportamenti sì”. Ma il meltdown non è un semplice impulso. Per rendere l’idea, di solito dico che è come essere operati senza anestesia ma con danni collaterali che colpiscono gli altri, sei sveglio, patisci un dolore immenso, lo provochi anche a chi è intorno a te. Se non gestito, se frequente in una persona non diagnosticata, in una famiglia con cultura sottozero in quanto a neurodivergenza, in un ambiente sociale e lavorativo in cui non si sa niente di autismo e non si sa di avere a che fare con una persona autistica, ancora peggio se la persona autistica a sua volta non sa di essere autistica, il meltdown, nelle sue forme più intense, può essere una seria fonte di distruzione relazionale, fosse anche solo per le spirali di sensi di colpa che genera. Per tanti anni ho pensato di essere un mostro, una creatura deviata incapace di controllare un demone implacabile che a volte prende il mio posto pur lasciandomi lucidamente cosciente… e invece sono solo autistica, e invece era solo un meltdown, e invece era solo una reazione da sovraccarico tipica negli autistici e non nei neurotipici, e invece si può tranquillamente gestire ma finché non sai di essere autistico i mezzi per gestirlo non ti vengono forniti. Il 2017 fu la fine di una vita passata a pensare che da grande sarei diventata una strega, indipendentemente da ciò che avrei fatto di me stessa.

Mi è capitato molte volte di avere hyperarousal e meltdown contemporaneamente. Sul momento non sapevo se sarei arrivata viva al giorno dopo. “You might feel like you’re dying but you’re not”, direbbe qualcuno, e ormai lo so, razionalmente, che non sto morendo, o almeno c’è un’alta probabilità che non muoia proprio quel giorno lì, il problema è il “mentre”, un’esperienza devastante che porta a un evitamento sistematico di un numero sempre maggiore di trigger, fino alla debilitazione, tanto è terribile e pervasiva la sofferenza psicofisica indotta dall’evento e tanto è forte la volontà che non si ripeta.

Tornando al mio percorso di studio: era già lento di suo, perché sono molto indecisa su chi sono, su quale debba essere la mia strada. Prima ho provato Lingue straniere. Poi Conservazione dei beni culturali. Ora sono dentro Filosofia, e questa volta credo di aver beccato quella giusta, ma resta che studiare mi è doloroso. E intendo studiare su un libro di testo, perché studiare per conto mio le cose che mi interessano al di fuori dell’università mi riesce benissimo. È l’atto stesso di studiare sapendo che qualcuno mi verificherà a distruggermi. Se nessuno mi deve verificare, se sono io a decidere del mio studio, invece non mi succede niente. Il solo pensiero degli occhi dei professori scalda l’innesco dei sintomi dell’hyperarousal.

L’hyperarousal da PTSD è un’esperienza talmente orrenda che la evito sistematicamente. L’obiettivo della sindrome, peraltro, è proprio quello di non essere scatenata, è un meccanismo ancestrale per cementare per via necessaria l’evitamento delle minacce mortali. L’hyperarousal è dolore, sia psichico sia fisico, e sono medicine, che fanno male al mio corpo e costano soldi, non pochi.

In fondo, siamo tutti diversi. Ognuno ha il suo percorso unico e irripetibile. Forse, nel mio caso, è giusto così, che il percorso universitario sia molto lento e approfondito. Per fortuna (incredibile che debba arrivare a dirlo, ma in questo caso sì, è decisamente una fortuna) sono disabile all’84% e non pago tasse universitarie, solo una rata annuale fissa. Significa che posso andare fuori corso e dal punto di vista economico non cambia nulla. Il che è di estrema importanza, perché venendo da una famiglia dal reddito medio-basso, significa banalmente che POSSO laurearmi in caso di difficoltà, altrimenti la laurea mi sarebbe preclusa indipendentemente dal mio stato attuale di salute. Senza disabilità, basta una difficoltà, un ritardo per cause inevitabili, e la laurea è fuori portata a causa dell’aumento delle tasse per i fuori corso. La disabilità è per me una terza fortuna, ed è la terza sconfitta dello Stato, nettissima, riscontrata nella mia storia. Un altro dettaglio tragicomico è che una parte della mia percentuale di disabilità, decisiva per ottenere l’esenzione dalle tasse, proviene proprio dai sintomi e dal complesso dei danni psicofisici, alcuni permanenti, causati dalla sofferenza degli anni del liceo e dall’hyperarousal da PTSD.

Siamo tutti diversi anche nella sensibilità. La telefonata del professore, forse, a qualcun altro sarebbe scivolata addosso. A me ha fatto un effetto che ne sarei uscita meglio se fossi stata pestata da un cinghiale, fosse anche solo per la chiarezza della diagnosi e la certezza di doverla curare in un modo e non in un altro. Il disturbo da stress post-traumatico è imprevedibile, si manifesta in alcune persone e non in altre, a volte l’evento che traumatizza una persona lascia indifferente un’altra che le stava accanto, ed è altrettanto possibile il contrario. Ogni caso è unico, e il diritto a essere curati è uguale per tutti.

Sono nata in una famiglia di ceto sociale umile, con reddito, come dicevo, medio-basso, e ho incontrato lungo il mio cammino una quantità di difficoltà che un reddito anche solo un poco più alto non avrebbe rimosso, ma sicuramente molto mitigato. Ma il nostro reddito semplicemente non poteva alzarsi, e anzi ha continuato ad abbassarsi negli anni. Il Servizio Sanitario Nazionale mi ha garantito le cure indispensabili, ma tutt’ora non posso permettermi di pagare per un numero importante di esperienze, incontri, a volte anche solo oggetti che potrebbero essermi di grande aiuto. E questo con le mie tre fortune. Se non avessi avuto le tre fortune di essere nata con un cervello che mi consente di studiare da sola, di vivere nei pressi di uno dei pochissimi centri pubblici italiani per la cura della sofferenza psichica negli adolescenti e di avere una percentuale di disabilità tale da avere diritto all’esenzione dalle tasse universitarie, sarei completamente fuori dai giochi da molto tempo.

E qui arriva la batosta definitiva, cioè che le mie tre fortune non esistono per la grandissima parte di chi vive condizioni da analoghe a molto peggiori delle mie. Pare che viaggiamo su numeri come 70.000 adolescenti in più ogni anno. Questa è la quarta sconfitta dello Stato, la più terribile, e qui non c’è fortuna per nessuno.

EDIT 22/03/2023: il mio percorso universitario presso l’Università di Genova è concluso. “Non rientravo nei servizi”. Non ho voglia di approfondire qui, c’entrava, manco a dirlo, la pianificazione degli esami, sulla quale ero in ritardo. Quando ho aperto la mail mi sono sentita come se una spada arroventata mi bruciasse il corpo dall’interno, accendendosi a partire dalla mia colonna vertebrale, e insieme ho provato un senso di soffocamento, come se avessi respirato una boccata di monossido di carbonio. La mail mi è arrivata lo stesso giorno in cui è stata battuta la notizia del suicidio della studente campana Diana Biondi, 27 anni, ennesima vittima di una istituzione le cui mani sono sporche, ormai forse del tutto imbevute, del sangue dei giovani studenti italiani. La coincidenza della data, la consapevolezza della sempre maggiore frequenza dei suicidi fra gli studenti, mi ha indotta a pensare come prima cosa, d’istinto, senza intenzione, “questa mail avrebbe potuto uccidere qualcuno”. Nel frattempo ricevo notizie di una eccellente studente di un’altra facoltà (mi è stato chiesto di non fare nomi) che l’ateneo genovese vuole fermamente espellere a causa delle sue difficoltà correlate a un disturbo psichico e di una studente genovese di un’altra facoltà che non vuole più frequentare per non dover più assistere regolarmente agli abituali abusi psicologici dei professori sugli studenti, e che non riesce a dare esami perché ha troppa paura delle sfuriate e delle stilettate psicologiche dei docenti (io stessa, da non frequentante, l’unica volta che ho avuto contatto con l’ambiente interno ho avuto la “delizia” di vedere un responsabile di un test d’ingresso intento a massacrare una studente che aveva sbagliato l’iscrizione al dipartimento, urlandole che “le persone come lei sono un problema, lei è una parassita, fate perdere tempo e soldi alle università”, mentre la ragazza piangeva straziata e implorava ripetutamente di essere perdonata; la parola “parassita” mi colpì perché è lo stesso termine che viene usato da molte persone contro i migranti e contro i percettori del reddito di cittadinanza, in buona sostanza “individui prescindibili e sgraditi” alla società di cui non si vede l’ora di sbarazzarsi, con le buone o con le cattive; sentii un dolore profondo e tutt’ora quella parola la sento rivolta anche a me). Apprendo anche da una ricerca di Skuola.net che uno studente italiano su tre mente ai genitori riguardo al procedere della propria carriera universitaria principalmente a causa della paura di deludere le aspettative, mentre il tasso di suicidi continua ad aumentare, come denunciato il 14 febbraio 2023 nel fondamentale intervento della Presidente del Consiglio degli studenti di Padova, Emma Ruzzon, trasformandosi rapidamente da rari episodi di sofferenza psichica inascoltata (casi pur gravissimi di disattenzione verso il malessere dei giovani, ma relativamente isolati) a fenomeno sociale di massa. I casi sono due: o gli studenti italiani sono fatti di niente (ne dubito), o è in corso un abuso di Stato di proporzioni sistemiche. Propendo per la seconda, anche per esperienza personale. Non sono più una studente universitaria, l’università non mi vuole, così come a suo tempo il professore mi disse che non dovevo più farmi vedere al liceo (costante di interpretazione della mia “indecente” presenza: le mie difficoltà psicofisiche), così come in generale l’istituzione scolastica e universitaria dà segno di considerare gli studenti come un peso, un fardello burocratico di cui si libera volentieri. Ma non me ne sto con le mani in mano. Ho un progetto in cantiere, ma non posso dire ancora molto al riguardo. Stay tuned.

A Taste of Honey – Sulla Superlega

Leonardo Pompeo non è solo una persona neurodivergente che arricchisce il nostro blog con il proprio contributo personale. È anche uno sportivo professionista ed un acuto osservatore del panorama agonistico contemporaneo. Abbiamo deciso di inaugurare la rubrica “A Taste of Honey” per contribuire a sfatare il mito che vorrebbe le persone autistiche come goffe e incompatibili con lo sport, soprattutto quello competitivo. Non solo esistono autistici che amano lo sport, alcuni lo conoscono e lo praticano con passione e intensità. Mai fare di tutta l’erba un fascio, e perché non includere nel nostro blog una rubrica di commento sportivo gestita da un autistico per cominciare a cambiare mentalità?

di Leonardo Pompeo

Cos’è la Superlega? 

Che direzione sta prendendo il calcio? 

Come mai è nata? 

Bene, allacciatevi le cinture perché ora proverò a spiegarvi la Superlega… detta anche Superleague: l’argomento più in voga del momento e che segnerà un’epoca nel bene e nel male.

Nel calcio esistono competizioni nazionali a cascata (ossia dal livello più alto a quello meno alto, da professionistico a quello amatoriale) come la Serie A, la Premier League, la Bundesliga, la Ligue 1, la Liga, e competizioni europee come la Champions league, l’Europa League a cui a breve si aggiungerà la nuova Conference League. Attualmente per accedervi serve classificarsi entro determinate posizioni che ne determinano anche la “fascia” di appartenenza a livello europeo. Il numero di posti a disposizione dipende dal posizionamento nel ranking UEFA: più ottieni risultati utili e più sali nella graduatoria. 

Le competizioni europee permettono di far affrontare tra loro le migliori squadre ed i calciatori più forti di ogni paese, aumentando il livello del calcio proposto: non è un caso che la maggior parte dei tifosi siano proprio di squadre blasonate così come i relativi introiti. Parteciparvi significa disporre di un notevole introito economico, oltre che di prestigio poiché la storia è fatta di segni che tu tracci e non è un caso che il club per distacco più prestigioso nella storia europea sia il Real Madrid, che ha vinto più Champions e ha sempre avuto giocatori di gran lunga fra i migliori nonché pluri vincitori di palloni d’oro. 

Questo ci pone davanti tre punti fondamentali: 

– Per avere i migliori calciatori ed offrire il miglior calcio serve molto denaro;

– Le partite meno blasonate, qualitativamente non spettacolari sono meno seguite ed i dati mostrano un minor interesse nel calcio ed in altri sport da parte delle nuove generazioni;

– Il Covid ha semplicemente accelerato un processo già esistente: necessità di maggiori entrate per un calcio più sostenibile. 

Ormai il mercato è diventato globale e non è un caso che si punti molto alla vendita di prodotti nei mercati più ricchi e popolati come quello asiatico.

La vita è un processo in continua evoluzione: puoi solo accompagnare il cambiamento, oppure restarne travolto, proprio come un’onda. 

Qui entra in gioco la proposta della UEFA atta a modificare la più grande competizione europea per club, attraverso una riforma che permetta più partite. Si dice sia in programma per la stagione 2022/2023. 

Tale riforma sarebbe stata poco apprezzata da diversi club importanti, i quali non sono soddisfatti della federazione che loro supportano economicamente e che è tale grazie ai club stessi. 

Nel frattempo sono stati venduti i diritti sportivi delle competizioni per i prossimi tre anni alle varie emittenti, contando sui diversi campionati europei e nazionali. 

Quindi potete ben capire come l’interesse primordiale sia quello prettamente economico, da parte di più aziende. 

Ed è qui che entra in gioco la Superlega – a capo della quale vi è Florentino Perez, presidente del Real Madrid – che porta con sé una svolta epocale nel mondo calcistico.

Attualmente la Superlega è sostanzialmente un campionato che va a sovrapporsi alla Champions League, tra le migliori 20 squadre europee:  

– 15 delle quali definite come fondatrici (Barcellona, Real Madrid, Atletico Madrid, Juventus, Milan, Inter, Manchester United, Manchester City, Chelsea, Liverpool, Arsenal, Tottenham + altre 3 tra le quali sembrerebbero  rientrare Lipsia, Porto, Roma, PSG, Bayern, Monaco e Borussia che però al momento non hanno dato il loro consenso mentre alcune sono indecise e potranno subentrare successivamente);

– 5 delle quali invece che entreranno a ruota ogni anno secondo altri criteri meritocratici;

Ci saranno due gironi da 10 squadre, con quarti e semifinali ad eliminazione diretta. La finale avrà uno stadio neutro che varietà ogni anno. 

Secondo quanto annunciato, i dati in loro possesso potrebbero suggerire entrate significativamente maggiori rispetto a quelle attuali della Champions League. Si parla di circa tre volte tanto.

Se da un primo sguardo la novità è spesso accolta con diffidenza, un’attenta analisi parrebbe smentire i dubbi.

Le vincitrici della Champions, salvo rare eccezioni, sono sempre tra quelle partecipanti alla Superlega. Difficilmente si hanno dei club “minori” che arrivano alle fasi più avanzate della competizioni. 

Quindi l’idea di avere 15+5 che ruotano per risultati (dando per scontato lo status ed il livello delle 15 che per storia hanno sempre svettato) non sembrerebbe più essere così poco meritocratica come è stata dipinta nelle precedenti ore.

Se lo scopo delle federazioni fosse quello di migliorare in funzione dell’amore verso il calcio, la direzione tracciata dovrebbe essere sinergica. Invece a prevalere sono semplicemente introiti economici. Lo era prima e lo è adesso: non è cambiato nulla. Ed ecco che le varie figure politiche e non, appartenenti a questa opposizione, si stanno sbilanciando cercando di influenzare l’opinione pubblica attraverso frasi e commenti che generano una visione negativa e distorta della nuova competizione, facendo leva sulla riluttanza verso la novità e su ciò che implica a livello psicologico la presenza di competizione che noi diamo per scontata: la Fifa e la Uefa sono sempre esistite quindi il mondo funziona così perché è sempre stato così dunque è giusto, perciò chi prova a cambiare è “cattivo”. 

Falso, perché lo scopo è sempre atto a portare del valore: vendi più se generi maggiore “valore”, e non sottraendolo o fermando un progresso che – con o senza te – va comunque avanti.

In sostanza la realtà è più semplice di tutto questo: è una guerra economica tra UEFA, FIFA ed i Club. Non a caso stanno minacciando di escludere i club ed i giocatori dalle varie competizioni nazionali per club e per nazioni. Oltre a varie multe sulla cifra dei miliardi. 

Questa è per pochi, ma spero non per pochissimi.

Non sono un avvocato e non me ne intendo di legge. Da ciò che ho letto da parte di alcuni esperti, parrebbe una minaccia che non trova gli estremi per essere messa in atto. Prendetela con le pinze questa frase, è una situazione in evoluzione. Quindi al momento sono solo delle “minacce”. Chiaramente, se compi una scelta simile, devi aver fatto tutte le valutazioni del caso. È una situazione da seguire attentamente per i risvolti che comporta. 

In teoria quindi, il campionato nazionale verrebbe svolto regolarmente. 

L’idea di base è accattivante e non da scartare aprioristicamente. 

Spesso sentiamo parlare di meritocrazia ma ogni qual volta una società italiana arriva in Europa, bistratta la competizione per non precludere il percorso in campionato. E in Europa vanno quasi sempre le solite squadre. Fa strano osservare come quelle infastidite siano quelle meno toccate da tutto questo. 

In tutto questo ci sono i 5 posti accessibili a tutti. È un’occasione per ribadire la propria forza e aggiungere valore, non un motivo in più per giustificare i propri fallimenti. 

Per dirla in pieno spirito agonistico: i forti colgono le sfide per dimostrare il proprio valore, gli accidiosi si lamentano e cercano giustificazioni per le sconfitte. 

Al momento la Superlega è un prodotto acerbo, serve tempo anche se pare proprio voglia essere avviata già da agosto della prossima stagione 2021/2022.

Ci sono tante cose che non sappiamo di cui ignoriamo gli sviluppi futuri. Per quello che sappiamo sembrerebbe essere migliore sotto diversi punti di vista: anche i fondi sarebbero maggiori. L’idea è interessante, tuttavia, secondo me andrebbe valorizzata facendola quadrare con il funzionamento del campionato nazionale – al momento non ne tiene conto – e con un nuovo regolamento per l’Europa league: così vincerebbero tutti.

Io la trovo interessante ma non sono un fan a partito preso: vedremo come andrà. Voi cosa ne pensate? 

Un abbraccio, 

Leonardo

In copertina: grafica di mohamed_hassan, via Pixabay.com

A Taste of Honey – Cara Juve…

Leonardo Pompeo non è solo una persona neurodivergente che arricchisce il nostro blog con il proprio contributo personale. È anche uno sportivo professionista ed un acuto osservatore del panorama agonistico contemporaneo. Abbiamo deciso di inaugurare la rubrica “A Taste of Honey” per contribuire a sfatare il mito che vorrebbe le persone autistiche come goffe e incompatibili con lo sport, soprattutto quello competitivo. Non solo esistono autistici che amano lo sport, alcuni lo conoscono e lo praticano con passione e intensità. Mai fare di tutta l’erba un fascio, e perché non includere nel nostro blog una rubrica di commento sportivo gestita da un autistico per cominciare a cambiare mentalità?

di Leonardo Pompeo

Cara Juve…

Quante volte ci siamo trovati davanti ad un bivio? 

Quante volte ci siamo trovati davanti a delle scelte più o meno grandi e più o meno piccole? 

Chiunque, anche il bambino che ha iniziato a calpestare questo suolo con i propri piedi, compie delle scelte e ben presto imparerà l’importanza che tali scelte comportano. Non a caso si parla di “treno che passa e non torna più” e mi rifaccio ad una canzone.

Tutti temiamo la “possibilità“ che la scelta porta con sé e riconosce l’attimo da cogliere. Per questo ci sentiamo smarriti quando – nel tentativo di seguire un percorso con un sorriso volto verso il futuro – realizziamo di esserci persi, non trovando più quel percorso che prima pareva raggiungibile. Il mondo sembrava essere ai nostri piedi: ma in realtà eravamo solo marionette di qualcosa più grande di noi. 

Le scelte sono importanti perché un piccolo cambiamento fatto ogni giorno può portare a smuovere tanto. Ed è così che vi presento questo nuovo articolo incentrato sulla Juve di Pirlo 2020/2021.

L’importanza delle scelte: sono le scelte ad aver portato la Juventus a vincere per 9 anni consecutivi ma anche a crollare inevitabilmente sotto il segno di alcune mosse sbagliate nascoste sotto il nome delle vittorie.

Pirlo si è ritrovato allenatore della Juventus sostanzialmente per due motivi: 

– Ragioni economiche: la Juventus stava pagando Sarri e non poteva permettersi di prendere un allenatore competente e di spessore internazionale.

– Scarsa programmazione: problema che la Juve si porta avanti da ormai qualche anno in cui ha smesso di programmare, periodo nel quale si è visto un rinnovamento della classe dirigenziale con diverse figure in entrata ed in uscita. 

Chiunque, con un minimo di sale in zucca, sa bene come prendere una laurea in matematica non equivalga ad avere le capacità necessarie, tanto meno l’esperienza, atta a risolvere i problemi del millennio, neanche se ti chiami Terence Tao: ragazzo ad alto potenziale cognitivo conosciuto principalmente dagli addetti ai lavori.

Serve tanto lavoro ed una dedizione infinita. Poi se si è anche geniali e fortunati ad avere il giusto timing si può pensare di pubblicare qualche ricerca interessante: una cosa ben diversa e lontana dai problemi del millennio. Allo stesso modo, conoscere l’economia non ti rende un grande economista: quello dipenderà da tanti fattori, all’interno dei quali ci sei tu come individuo. 

Questo perché serve passare attraverso un periodo di specializzazione sul caso specifico e per passare dalla teoria alla pratica serve un percorso nel quale solo il tempo potrà dire fin dove si arriverà. Quindi qualcuno mi deve spiegare come si possa ritenere Pirlo un futuro grande allenatore (perché è così che lo hanno presentato, quando fino a pochi giorni prima era stato presentato come allenatore dell’U23 affinché facesse esperienza) senza che abbia mai allenato in vita sua (non aveva nemmeno il patentino per la prima squadra) e senza che abbia mai dimostrato qualcosa.

Inspiegabile come poi gli siano state date le chiavi della rosa pretendendo che dovesse vincere il campionato e fare almeno i quarti in Europa. Su quali basi sono state fatte queste scelte? La comunicazione della società è stata pessima e lo dico nonostante io sia dell’idea che gli debba essere concesso il tempo per mettere in atto una progettualità: altrimenti verrebbero meno anche i propositi tanto decantati di una programmazione pluriennale. 

A proposito di programmazione: prima del mercato invernale si diceva “la rosa non è completa” mentre subito dopo iniziato il mercato “la rosa è competitiva”, ma una volta finito il mercato “la rosa non è completa, siamo a corto di uomini”.

Parliamo di una società che per comunicazione e solidità ha sempre dimostrato grande coerenza. Ma il problema è che Pirlo non appare adatto, perché la squadra non ha una propria identità, non si riconosce nel suo allenatore – che probabilmente non riconosce nemmeno lui stesso in ciò che diceva pochi mesi fa, quando nella sua tesi e nelle successive interviste esaltava dei concetti tattici salvo poi fare esattamente l’opposto in tutto e per tutto.

In più non perde mai l’occasione di scaricare la colpa sui giocatori e di solito non mostra l’umiltà di ammettere di non sapere o di aver sbagliato qualcosa. Come si può pensare di dargli in mano un’altra annata se non si mette in discussione al netto di tutto questo? Credo servano prima delle certezze umane. E ricordiamoci che la cultura del lavoro latita un po’ in Italia: si punta al risultato immediato mentre all’estero sanno come fare. Vedasi il Liverpool di Kloop: anni per sviluppare un progetto vincente. E con un allenatore che aveva già molta esperienza. In che modo possiamo valutare Pirlo? Se non ti metti in discussione non puoi imparare e dunque migliorare. Questa Juve anziché progredire, regredisce sempre di più, per questo e altri fattori.

Allegri è stato esonerato per molto poco ma con buone ragioni. Sarri è stato cacciato per molto meno, con tutta la stampa contro. Pirlo invece supportato ed esaltato senza il benché minimo motivo.

Dunque pare inevitabile chiamare in causa altri soggetti. Esempio Paratici, direttore sportivo della Juventus: nel corso degli anni ha dimostrato di essere abbastanza abile nel riconoscere il talento nei giovani e di saperli selezionare ma da quando ha preso in mano le redini lasciate da Marotta, ha completamente cileccato la scelta degli acquisti sui giocatori fatti e finiti, non ha saputo gestire la situazione contrattuale né di cartellino, ha smesso di puntare sui giovani talenti da andare a prendere e sui cui avviare una progettualità come fanno ormai tutte le più grandi squadre europee (tranne che in Italia in cui si preferisce comprare il 30enne di turno per permettere alla squadra di salvarsi ed avere l’entrata economica minima al sostentamento, anziché puntare sui giovani che ti garantiscono un sensibile ritorno economico nel medio-lungo periodo). 

Paratici non è stato affiancato da una figura importante e non sta rispettando le attese da anni: eppure è lì e non sa nemmeno lui come ci è finito, proprio come Pirlo.

Per anni è stato osannato dalla stampa come miglior talento del settore in Europa, ma i fatti ci hanno detto che le cose non sono proprio così e questo ha dato la percezione a molti tifosi della Juventus di avere tra le mani un professionista difficilmente sostituibile quando – numeri alla mano – sappiamo bene che ci sono direttori meno conosciuti o meno osannati ma che sanno lavorare molto bene. 

Quindi da appassionato della meritocrazia – ancor prima che della Juventus – mi chiedo: perché si cambiano allenatori con facilità mentre alcune figure in campo e sugli spalti hanno un posto all’apparenza garantito? 

Ed è qui che entra in gioco l’altro tema: la società. 

A mio avviso andrebbero riviste alcune gerarchie e posizioni fin troppo comode e non assegnate per merito, in campo e non.

In rosa ci sono giocatori presi senza una logica che sia evidente rispetto alle idee dell’allenatore, con degli stipendi fuori quota rispetto alle qualità dei singoli (la Juventus ha il secondo monte ingaggi in Europa), con dei valori discutibili in senso assoluto ma sicuramente non così scarsi da non poter vincere lo scudetto a mani basse, con un allenatore che fa tutto tranne che allenare. 

Serve ordine ma si deve partire da chi dovrebbe prendere delle decisioni che non sta prendendo. Altrimenti si rischia di non vincere per molti anni. 

Oggi, in caso di sconfitta contro il Napoli, potrebbe saltare già da subito la panchina della Juventus allenata da Andrea Pirlo. Insomma, confusione e disordine sono le uniche parole che accompagnano la non programmazione della Juventus in balia di se stessa. 

Questa è la mia lettura sul momento della squadra bianconera. Visto che se ne parla tanto, sentivo di voler dire la mia. 

Un abbraccio, 

Leonardo 

Immagine di copertina: foto di StockSnap, via Pixabay.com

Il gufo reale, signore della notte

Sopra una quercia c’era un vecchio gufo: più sapeva e più taceva, più taceva e più sapeva.

Padre Enzo Bianchi

Se penso al gufo reale gli aggettivi da usare sono: maestoso, intelligente, raro. E poi bello, di quella bellezza vera, prodotta dall’evoluzione che plasma armonicamente forma e funzione. Una macchina perfetta, con vista acutissima, volo silenzioso e rapido.

Danilo Mainardi

Ciò che non sappiamo dell’aldilà, lo sa il gufo.

E lo canta nella notte, quando c’è più silenzio.

Fabrizio Caramagna

Il sole è tramontato, ma la pianura non si spegne. Ricopre la campagna un pulviscolo dorato, poi l’oro impallidisce, la notte si avvicina pian piano, accendendo le stelle. Più tardi sorgerà la luna, e i gufi si lanceranno i loro richiami.

José Saramago

Così come i limpidi cieli delle giornate montane sono solcati dalle maestose e aggraziate sagome dei rapaci diurni, il trono dell’aria, al subentrare del firmamento notturno, non resta certo vacante. All’imbrunire si alza infatti il sipario sul regno dell’ordine Strigiformes, che comprende gli uccelli comunemente noti come rapaci notturni. Essi condividono tale denominazione con le loro controparti diurne degli ordini Accipitriformes, Cathartiformes e Falconiformes, il che tuttavia non trova ragione nella presenza di un antenato comune particolarmente recente nell’albero filogenetico.

I Falconiformes sono più vicini a Psittaciformes (comunemente noti come pappagalli) più di quanto non lo siano agli ordini comunemente sottesi dal termine rapace

Si deve infatti a una convergenza evolutiva in virtù di una comune dieta carnivora la presenza di analogie, ossia caratteri che condividono la funzione ma non l’origine, come becco uncinato e artigli affilati e ricurvi. Tra gli Strigiformes il gufo reale eurasiatico (Bubo bubo, famiglia Strigidae) costituisce uno dei più grandi rappresentanti in Italia, in Europa e nel mondo. Il gufo reale si declina in una corposa varietà di sottospecie, panorama nel quale è possibile rilevare un duplice gradiente, di colore e taglia, in direzione Sud-Ovest/Nord-Est, con la tendenza a uno schiarimento del piumaggio nonché a un aumento di dimensioni lungo la suddetta direttrice. Non a caso, il gufo reale siberiano (B. b. sibiricus) è la prima sottospecie per stazza, con una lunghezza del corpo di 70 cm per un’apertura alare di oltre 2 metri ed un peso massimo di 4,5 kg per le femmine adulte, pesanti circa il 50% in più dei maschi come comune nei rapaci, e presenta un piumaggio il cui fondo, che contrasta con le picchiettature brune sul dorso e sul petto, è di un giallo assai chiaro, tendente quasi al bianco sul ventre mediano. La sottospecie nominale (B. b. bubo) è presente in Europa con varie sottopopolazioni che ricalcano intrasottospecie l’andamento rinvenibile intersottospecie, ossia gli esemplari scandinavi sono più chiari e di dimensioni paragonabili ai cugini siberiani mentre quelli più meridionali, compresi quelli della nostra penisola, possono pesare poco più della metà e presentano un connubio di bruno a tratti molto scuro sul dorso e un giallo sul ventre brizzolato, che può pressochè virare all’ocra. 

B. b. sibiricus.
B. b. bubo, adulto a sinistra, pullo a destra.

L’areale della specie nel suo complesso comprende gran parte della fascia climatica temperata dell’Asia e quasi tutta l’Europa orientale assieme alla Scandinavia mentre il limite occidentale dell’areale è dato dalla penisola iberica, con una presenza che in Francia si limita al settore sud-orientale, mentre in Italia la si può trovare soprattutto a livello delle due principali catene montuose di Alpi e in misura minore Appennini, sebbene non manchino sporadiche segnalazioni anche in Sicilia. Al netto della specifica area di distribuzione, questa specie occupa la nicchia ecologica di superpredatore, ruolo in gran parte sovrapponibile a quello dell’aquila reale (https://kakkabis.home.blog/2020/05/14/laquila-reale-un-predatore-maestoso/ ), illustre controparte diurna, come indicato anche dal termine “eurasian eagle owl”, nome comune inglese di questa specie. Da studi effettuati su popolazioni nostrane, sulle quali è opportuno soffermarsi maggiormente per semplicità, il menu sembra essere molto vasto a livello di fauna omeoterma, seppur all’occorrenza, come ogni opportunista che si rispetti, il gufo reale non disdegni rettili e anfibi. Tra gli uccelli spiccano infatti corvidi come taccole e cornacchie, strigidi più piccoli tra cui allocchi, barbagianni e assioli, ma anche rapaci diurni, per esempio poiane, gheppi e sparvieri, oltre a galliformi come pernici, galli forcelli e pollame domestico. Non meno ampia è la rosa di possibili prede tra i mammiferi, soprattutto ricci, roditori come ghiri, arvicole e ratti, e lagomorfi, ossia conigli selvatici, lepri e minilepri, anche se non sono al sicuro da questo formidabile predatore nemmeno volpi, mustelidi tra cui donnole martore e faine e persino cuccioli di ungulati. La caccia alle prede di questo vasto repertorio può avere luogo in uno spettro di altitudine che si estende dal fondo valle agli oltre 2000 metri di quota, con una predilezione per l’alternanza tra pareti rocciose in pendenza o a strapiombo, aree boschive e spiazzi erbosi.

La localizzazione delle prede si avvale di un sofisticato arsenale sensoriale, in cui la vista è specializzata per orientarsi efficacemente sfruttando intensità luminose finanche minime. Il campo visivo è di 110 gradi e la mancanza di motilità degli occhi situati in posizione frontale – di dimensioni pari a quelli umani, e quindi in proporzione molto più grandi, la cui iride è color giallo-arancio – è supplita dalla capacità di ruotare bidirezionalmente fino a 270 gradi il capo, tozzo e tondeggiante. 

Questo è possibile grazie a un’espandibilità dei vasi sanguigni che danno origine al circolo vertebrale e cerebrale, il che permette di formare serbatoi che garantiscono flusso costante al sistema nervoso centrale. Il tutto è coadiuvato da un sistema di cavità nelle vertebre, il cui numero, doppio rispetto a quelle umane, conferisce flessibilità al collo, costituendo sacche d’aria che fungono da ammortizzatori dello stress meccanico a carico delle arterie. 

Rispetto ai rapaci diurni, che grazie all’adattamento della doppia fovea e un elevatissimo numero di coni riescono ad avere una visione dei colori così nitida per un’insieme di immagini così definite da consentire di individuare prede da notevolissime distanze, negli Strigiformes come il gufo reale, dagli occhi color arancio scuro, a prevalere numericamente e funzionalmente è l’altro insieme principale di fotorecettori, ossia i bastoncelli, sensibili alla luce. Se ciò da un lato permette al gufo reale di evitare impatti con possibili ostacoli durante il suo volo notturno, dall’altro non è sufficiente a localizzare le prede, compito che non spetta principalmente alla vista come nelle aquile, ma all’udito, grazie ad elementi anatomici del tutto peculiari. Vi è infatti uno sfasamento – con il destro posizionato più in alto del sinistro – dei padiglioni auricolari, non visibili in quanto ricoperti dal piumaggio, che conferisce un notevole ausilio sul fronte discriminazione della direzione degli input sonori, i quali vengono inoltre recepiti beneficiando di amplificazione grazie ad un sofisticato sistema morfo-funzionalmente assimilabile a una parabola satellitare: il disco facciale, costituito da una concavità rivestita da rigide penne specializzate disposte attorno alla regione oculare.

In questo modo il gufo reale, attendendo pazientemente appollaiato su un albero o un qualsivoglia supporto soprelevato,può localizzare una preda a decine di metri di distanza, per piombare poi su di essa grazie a un volo estremamente silenzioso. Questa modalità di caccia è definita con l’espressione inglese sit and wait hunting.

La silenziosità del volo è dovuta ad una sorta di rivestimento vellutato che interessa tutto il piumaggio rendendolo assai morbido al tatto nonché ad una caratteristica frangiatura delle penne remiganti primarie. Lo scopo principale è quello di preservare la sopraffina efficienza uditiva minimizzando turbolenze sonore potenzialmente fuorvianti durante il volo. La preda ignara è ghermita con le possenti zampe finemente piumate, munite di affilati artigli neri, e dilaniata infine con il becco uncinato.

Dettaglio del piumaggio.
Predazione.

Successivamente i resti non digeribili come ossa, pelo e denti vengono rigettate con cadenza giornaliera sotto forma di rigurgiti compatti di colore marroncino-grigiastro detti borre, che possono costituire un prezioso reperto in termini di ricerca, come spia della presenza di questo raro ed elusivo rapace. 

Borra.

L’osservazione diretta infatti non è resa affatto facile dall’orario del picco di attività, che si estende dall’immediato post tramonto alle prime ore dopo la mezzanotte. D’altra parte il gufo reale trascorre le ore di luce inattivo, spesso in cavità di alberi o fessure tra le rocce, avvalendosi del mimetismo, grazie alla livrea e ai ciuffi auricolari (da non confondere con gli orifizi auricolari, organi uditivi ricoperti dal piumaggio), per sfuggire al mobbing di possibili prede, che potrebbero approfittare del favore del giorno per importunare e quindi allontanare un nemico naturale nel suo momento di massima vulnerabilità.

Rappresentazione artistica di mobbing su un gufo reale da parte delle prede.

Proprio la presenza di numerosi nascondigli è, insieme alla disponibilità di prede, un fattore cruciale per la scelta del sito di nidificazione, collocato ad altitudine variabile tra il livello del mare e gli oltre 4000 metri, benché in Italia ci si attesti di norma tra i 200 e i 2000 metri, con una media perlopiù corrispondente a quote collinari o di bassa montagna. Il bacino di possibili ubicazioni è davvero ampio e comprende alberi cavi,il semplice terreno e persino aree urbane. Per la popolazione italiana, le sedi di elezione sono essenzialmente ambienti rupicoli, scarpate rocciose e falesie, posizione strategica che coniuga una ridotta accessibilità per i predatori con un’ampia disponibilità di prede nei dintorni. Funzionali a quest’ultimo aspetto sono ulteriori connotati di configurazione ambientale, come la vicinanza di corpi idrici, che fungono da richiamo per uccelli acquatici sul menu di questo rapace, nonché la presenza di spiazzi e radure frammisti al bosco, nel fitto del quale la considerevole apertura alare potrebbe costituire un considerevole impaccio per il gufo reale in chiave caccia.

Tendenzialmente monogamo, il gufo reale forma coppie che rimangono unite fino alla morte di uno dei partner. Prodromico al periodo riproduttivo è il caratteristico richiamo del maschio, un “uh-oooh “ bitonale udibile già a partire dalle notti del mese di ottobre, generalmente nell’immediato post crepuscolo, con funzione perlopiù di comunicazione intrasessuale, ossia segnalare a maschi rivali i confini del territorio. Con l’arrivo dell’inverno invece l’emissione delle vocalizzazioni, la cui frequenza è direttamente proporzionale alla densità di popolazione di questa specie, tende a virare funzionalmente verso la comunicazione intersessuale e il richiamo del compagno sarà ricambiato da parte della femmina con uno più forte in fase prenuziale.

La deposizione si ha alcune settimane dopo l’accoppiamento, in un periodo compreso tra dicembre e maggio a seconda di latitudine e altitudine, dalle nostre parti però solitamente in febbraio-marzo. La femmina, nutrita nel frattempo dal maschio a cui spetta la caccia, cova un numero di uova che in media è di 2-3 ma può variare da 1 a 6, per circa cinque settimane prima della schiusa. I pulli alla nascita sono ricoperti da un soffice manto color crema uniforme, costituito da penne dette neottili, sostituite gradualmente dalle mesottili tra la seconda e la quarta settimana di vita, nelle quali si può notare la comparsa di una prima screziatura bruna nella livrea.

Pullo nato da poco.
Pulli di alcune settimane.

L’uscita dal nido avviene a circa un mese e mezzo di età, seguita dall’involo dopo ulteriori 2-3 settimane. A partire da questo momento i giovani gufi affineranno le proprie tecniche di volo e successivamente di caccia, rimanendo comunque nel territorio dei genitori e potendo contare sul loro apporto in termini di protezione e approvvigionamento alimentare fino a tarda estate/autunno quando, acquisita completa indipendenza, verranno allontanati dando via a una fase erratica. Il loro aspetto è a questo punto simile a quello degli individui maturi salvo che per un colore di fondo più chiaro del piumaggio, con l’interposizione di un reticolo scuro, che è costituito da striature più sottili e regolari rispetto agli adulti, rispetto ai quali presentano anche piume più appuntite. Gli esemplari nomadi in dispersione sono detti floaters e di norma potranno riprodursi a partire dai 2-3 anni di vita, formando una nuova coppia, insediandosi in un territorio a una distanza da quella parentale che, pur variabile, in media si attesta attorno ai 50 km. 

Giovane adulto.

Pur trattandosi di un predatore apicale che da adulto virtualmente non ha nemici naturali di cui preoccuparsi, il percorso di vita di un gufo reale è lastricato di innumerevoli minacce di origine antropica. Tra queste spicca l’elettrocuzione da impatto con i cavi elettrici, responsabile della maggioranza assoluta dei ricoveri nei CRAS (centri recupero animali selvatici) di questi rapaci, che in tali casi sfortunatamente sopravvivono meno del 10% delle volte. Rilevante è inoltre una quota di mortalità causa intossicazione da rodenticidi, i quali presentano un meccanismo di azione lento e al contempo volto a indurre l’animale a morire all’aperto ,inducendo un senso di sete e/o soffocamento. E’ facile tuttavia desumere che l’opportunismo del predatore, plasmato da milioni di anni di evoluzione, possa dirottare l’attenzione di un gufo reale su un animale indebolito e agonizzante, per sfamare se stesso e/o la propria prole con il minimo dispendio di energia, con il risultato che un perfetto rodenticida naturale si accolla il supplizio di quello artificiale, solo per risparmiare all’essere umano il lavoro sporco di uccidere il roditore in prima persona per mezzo di una disinfestazione con mezzi selettivi ed ecologici. D’altronde occhio non vede cuore non duole, poco importa se a farne le spese è la conservazione di cimeli di biodiversità! Inoltre a questa specie non giova di certo una frequentazione sregolata di aree nelle vicinanze dei nidi, soprattutto nel periodo della cova, da parte di ignari ed improvvisati escursionisti e climber, fenomeno che può portare all’abbandono del sito, nonché alla perdita dell’apporto riproduttivo della coppia fino all’anno successivo. Infine la piaga del bracconaggio, pur localmente in diminuzione grazie al progressivo declino di superstizioni (vi dice qualcosa il verbo “gufare”?) e pregiudizi circa presunti danni a carico del bestiame di allevamento, condivisi con la controparte diurna aquila reale, è ben lungi dall’essere globalmente debellata. 

Tutti questi fattori concorrono a permeare di incertezza il futuro delle circa 300 coppie nidificanti che si stima sopravvivano oggi nel nostro Paese. Roccaforti principali sono costituite, in ordine decrescente di abbondanza relativa, da Alpi di Lombardia, Trentino Alto-Adige, Veneto, Liguria e Piemonte, anche se in tutta l’Italia settentrionale, che comprende l’80-90 % della popolazione italiana, risulta una sovrarappresentazione rispetto alla medie nazionali, con una popolazione ormai ridotta all’osso al Centro-Sud e lungo l’Appennino. Si prospetta pertanto una sfida complessa e al contempo obbligata quella per la conservazione di questo signore della notte, bioindicatore per eccellenza e quindi acme di un ecosistema sano visto il suo ruolo di predatore di vertice, da sempre sorgente di vari filoni di immaginario collettivo, da infauste associazioni con presagi di malaugurio, sventura e morte a più lusinghieri rimandi a chiaroveggenza, saggezza ed erudizione. Lo stimolo alla conservazione deve trovare proprio a livello culturale un primum movens, nello specifico attraverso conoscenza ed educazione, da cui possono scaturire in seconda battuta interesse e passione, substrato su cui a propria volta possono innestarsi istanze di conservazione e protezione, che andranno a beneficio di questa specie e di concerto dell’ambiente nel suo insieme e anche di noi stessi. 

Gufi nella cultura pop: Anacleto, dal lungometraggio Disney “La spada nella roccia” (1963).
Gufi nella cultura pop #2: un gufo reale a Diagon Alley, dal film “Harry Potter e la pietra filosofale” (2001).

Con la speranza di aver fatto la mia modesta parte con questo articolo, alla prossima!

Fabrizio Bertini

In copertina: foto di Vincent M.A. Janssen, free stock, via Pexels.

Perché scegliamo di non dire più “neurodiversità” e di ricorrere a “neurodivergenza”

Man mano che la consapevolezza, in noi stessi e nella società, goccia dopo goccia pur a rilento, si fa strada, è cosa buona e giusta apportare innovazioni lessicali di pari passo. Pertanto come Kakkabís siamo lieti di congedare con gratitudine il termine “neurodiverso” compagno di viaggio per tutti questi anni, sostituendolo con “NEURODIVERGENTE”, nella profonda convinzione che:

1) “Affetto da autismo”/”malato di autismo”, “malattia”, “patologia” non si può sentire, va bandito in modo non negoziabile;

2) “Con autismo” riteniamo non si addica a una concezione dell’autismo come caratteristica strutturale, ma come qualcosa di esterno, appiccicato come un’etichetta;

3) “Neurodiverso” direi che bisogna mettersi nell’ottica di superarlo a lungo andare, in quanto il participio passato ha valore passivo, nonché può dare sensazione di bollo, marchio o condanna;

4) “Neuroatipico” e “Neurodivergente” li vedrei come la frontiera a cui tendere nel futuro, con progressiva obsolescenza soprattutto di 2) ma nel lungo termine anche 3);

5) Neurodivergente presenta a mio personale avviso diversi vantaggi come l’inalterato acronimo ND, un participio presente che avendo valore attivo dà l’idea di un processo e un funzionamento rispetto al quale la persona può avere approccio consapevole e di crescita per vivere bene e inoltre esprime in modo più esplicito una deviazione dalla norma, con l’assunzione implicita che quest’ultimo sia un concetto neutro nonché campo nettamente distinto dal bene in senso etico. Inoltre neurodivergente/neurotipico si presta meno a confusione fonologica rispetto a neuroatipico/neurotipico.

6) Autistico va sempre bene ma chiaramente fa riferimento a un insieme di sfumature della neurodivergenza senza sottenderle tutte quante.

Fabrizio Bertini

Immagine in copertina: foto di Polina Kovaleva, free stock, via Pexels.

A Taste of Honey – Il problema della Juventus

Leonardo Pompeo non è solo un appassionato di APC e neurodiversità, non è solo una persona neurodiversa che arricchisce il nostro blog con il proprio contributo personale. È anche uno sportivo professionista ed un acuto osservatore del panorama agonistico contemporaneo. Comincia oggi “A Taste of Honey” – dal titolo del leggendario standard pop che sarebbe divenuto, fra le altre cose, la sigla della trasmissione cult “Tutto il calcio minuto per minuto” –, una rubrica nella quale Leonardo racconterà la propria passione per lo sport e discuterà dello scenario sportivo odierno.

Mettere nella stessa frase Juventus e problema dopo otto scudetti consecutivi e ad un passo dal nono, può sembrare follia. Un po’ meno se andiamo ad analizzare questa stagione, frutto delle problematiche pregresse della stagione precedente e con un mercato tutt’altro che attento a colmare le difficoltà di una rosa sia in termini di qualità che di quantità. Farà inalberare molti, e tengo a precisare che oltre ad essere tifoso juventino e simpatizzante dei Reds, sono in primis uno sportivo e penso che i meriti ed i demeriti vadano riconosciuti sia quando si vince che quando si perde. Vincere è infatti qualcosa di eccezionale, e forse lo diamo per scontato dopo questi anni in cui la Juventus “sta” scrivendo la storia, ma per comprendere l’associazione di cui sopra, va fatta una premessa: vincere e giocare bene sono due asserzioni che viaggiano su piani di conversazione differenti, intangibili tra loro. Poiché, così non fosse, implicherebbe una qualche intersezione con essa durante questo percorso. Ma, sicchè la vittoria è un concetto astratto, immaginario, non può essere rincorso su un piano reale. L’una non implica necessariamente la tangenza con l’altra. Se accade è perché frutto del percorso, basato sulla manovra di variabili e numeri che contano davvero nel calcio e che fanno sì che gli equilibri possano essere ribilanciati. Si può vincere giocando male, senza essere padroni del proprio destino, e si può vincere come conseguenza di un buon gioco. Perché giocare bene non significa essere pittori del campo da calcio, bensì passare la palla in maniera corretta, mettendo in campo idee e concetti, compiendo e dando la possibilità di compiere scelte intelligenti, correndo non più ma meglio degli altri. Le partite non si vincono da sole. Altrimenti sarebbe un altro sport. Ma si vincono con le idee. Infatti il bel gioco non si riferisce all’essere narcisi di una bellezza fine a se stessa, piuttosto fa riferimento alle regole del calcio. Cos’è il calcio? Passare la palla e fare goal contro una squadra che cerca di fare la stessa cosa a sua volta. Per passare la palla servono tecnica, Idee, tempismo, capacità di farsi trovare al posto giusto al momento giusto e capacità di metterla dentro. L’estetica ed il bel gioco non sono la stessa cosa. E questa premessa, doverosa, che si è spesso vista essere il leitmotiv dei sostenitori di Massimiliano Allegri – precedente allenatore della Juventus, reduce da 5 scudetti in 5 anni, due finali di Champions ed altrettanti ottimi piazzamenti, più varie coppe nazionali – è il motivo per cui un anno fa ci fu quella famosa lite tra Allegri e Adani in diretta Sky. Adani sosteneva che la Juventus mancasse di bel gioco, di idee e giocasse principalmente sull’avversario e sul guizzo dei singoli, sfruttando una qualità nettamente superiore alle altre contendenti allo scudetto. Allegri dal canto suo, non comprendendo la differenza tra estetica e bel gioco, ma accorpando al bel gioco il significato di estetica, si difese asserendo quanto quel bel gioco fosse inutile e fine a se stesso, poiché puoi giocare bene e non vincere e giacché Max aveva vinto degli scudetti, si sentiva sicuro delle proprie idee mentre Adani – esperto di calcio, ma non un allenatore – non poteva essere nel corretto. Ora non voglio soffermarmi su questa diatriba, e certamente Allegri ha portato tante buone cose, soprattutto nella lettura delle partite, nella gestione della rosa, nella scelta dei cambi e nel suo essere gestore, ma è chiaro che se tu domini i concetti che sono implicitamente le regole del gioco stesso, controlli anche il tuo destino. E se controlli il destino, e lo puoi controllare, hai più possibilità di vincere, perché hai numeri e oggi più che mani tutto passa attraverso la programmazione e la lettura di numeri e dati, e quando lo fai è sicuramente per merito non fortuito. Se invece si gioca alla rinfusa, magari vinci per episodi che porti a casa grazie alla bravura dei singoli, ma poi quando vai in Champions e affronti squadre che sono tutte tecnicamente valide e talora con grandi idee come l’Ajax di Ten Hag – squadra rivelazione di giovani talenti allora sconosciuti ai più, su tutti De Ligt, Van De Beek e De Jong – capace di mettere in campo qualità ed idee, ecco che le partite non le porti a casa grazie ai singoli, ma subisci una sonora sconfitta. Del resto, specialmente in Champions, tutte le vincitrici nel corso degli anni recenti hanno dominato i concetti del calcio. Tra squadre forti vince quella più coesa e che domina meglio questi concetti. In campionato, dove spesso la qualità delle sfidanti è inferiore e ci sono poche e zero contendenti di pari livello, ecco veder trionfare squadre che vincono grazie alla maggior qualità e non al bel gioco. Non è un caso che la Juve abbia sempre sofferto le squadre che sapevano giocare a calcio. Motivo per il quale la dirigenza juventina comprese l’importanza di un cambio di rotta dopo la naturale fine del ciclo di Allegri, optando per un allenatore non più gestore ma contenutistico. Così, per una serie di situazioni, si arrivò a prendere Sarri, non una prima scelta – va detto – ma un valido piano B. Sarri arrivò per portare le sue idee calcistiche che consistevano nel modulo 4-3-3, fraseggi rapidi e corti, pressing asfissiante, gioco di squadra e movimenti sincroni, recupero palla e difesa alta, lasciando libertà relativa negli ultimi 20-25 metri di campo. (Con il senno di poi la sensazione è che Sarri abbia preso la Juve a scatola chiusa, approfittato di questa occasione per andare in un top club e fare un’esperienza di vita ed economica importante, ma senza assicurarsi delle garanzie sul mercato da parte della società. E che se ne dica, ad oggi 24 luglio 2020, la permanenza di Sarri sulla panchina della Juve è tutt’altro che certa al netto delle parole di Paratici. Tutto dipenderà dal cammino in Champions e dalla vittoria o meno dello scudetto – mancano 3 punti da farsi in 3 partite.)

La Juventus però non era pronta a supportare appieno questo cambio di rotta, e come si sa, quando fai le cose a metà non sei né carne né pesce. Infatti le scelte fatte in sede di calciomercato sono state quasi sempre scelte dettate da occasioni economiche, plusvalenze e quasi mai da utilità calcistiche. L’allenatore ha poca parola in merito e se c’è una squadra nella quale non puoi determinare in tal senso è proprio la Juventus. In particolar modo il mercato estivo è stato deludente poiché non si è minimamente cercato di supportare le idee del tecnico bianconero, tenendo in rosa giocatori non adatti al progetto, e prendendone altri per ragioni economiche, credendo che sarebbe bastato cambiare allenatore per cambiare le caratteristiche e le qualità dei singoli, con anche un pizzico di arroganza poiché – e qui torniamo al discorso fatto all’inizio – siccome si era vinto con determinati giocatori, allora questi sarebbero stati comunque adatti a far bene nelle varie competizioni noncuranti del fatto che il tempo scorre anche per loro, le performance non rimangono le stesse e qualcuno ne risente anche di motivazioni. In particolare la difesa, di cui noi tifosi eravamo molto fieri. Non erano fenomeni individualmente ma ottimi giocatori con qualità importanti che si completavano assieme. Il tempo passa e l’età avanza. Alla fine ne è rimasto solo uno, Bonucci, che dà il meglio di sé nella difesa a tre, come libero, mentre mostra lacune evidenti nella difesa a quattro, lontano dai suoi anni migliori culminata con la finale di Cardiff del 2017. Barzagli che è sempre stato uno dei primi ad arrendersi alle difficoltà nelle partite che contavano, era entrato nello staff per migliorare la difesa juventina e aiutare Sarri nell’ambiente, ma ha deciso di andarsene dopo pochissimi mesi a stagione in corso. Infine Chiellini: giocatore fragile fisicamente, e qualitativamente non eccelso, ormai in là con gli anni che ha subito un gravissimo intervento quest’anno, più altri infortuni muscolari, saltando quasi tutta la stagione. I top player che avevamo allora, quel centrocampo invidiato da mezza Europa, tra Pirlo, Vidal, Marchisio e Pogba, capace di abbinare qualità, corsa, geometrie, recupero palla e aggressività, non è mai stato rimpiazzato adeguatamente. Infine non si è venduto chi si sarebbe dovuto vendere e non si è acquistato chi sarebbe stato utile al progetto di Maurizio Sarri che si è trovato a dover gestire un gruppo di giocatori frutto di mercati passati decisamente discutibili da parte della dirigenza, con giocatori gli uni diversi dagli altri per caratteristiche e ruoli interpretati. E quando si è speso, lo si è fatto non benissimo. Mancano ricambi, una rosa di giocatori validi e che nulla hanno in comune tra di loro. L’età media della rosa è la più alta in Italia da anni, in Champions pure ed anche nelle altre leghe estere, ad esclusione della Liga, dove sarebbe comunque la seconda più vecchia.

A questo si aggiunge una serie di giocatori acquistati che durante la loro carriera sono sempre stati infortunati. Alla fine, la famigerata “rosa lunga” della Juve in realtà è formata da quei 15 giocatori di movimento che giocano sempre o quasi ogni partita. La responsabilità, in tal senso, è anche di Sarri poiché era venuto per rendere la Juve un po’ meno Juve e più “sarriana”. Ma è stata la Juve ad aver reso Sarri più “juventino”. Nel corso dei mesi si è assistito dapprima ad una flebile evoluzione verso una squadra meno allegriana e più sarriana, in cui sembrava provare ad applicare i concetti e le idee proposte dall’allenatore, seppur con scarsi risultati visti a sprazzi e per pochi minuti all’interno delle varie partite. Poi, bruscamente, qualcosa dev’essere andato storto e la squadra ha iniziato a regredire fino ad arrivare alle partite pre e post Covid in cui la squadra aveva smesso di provare a diventare la Juve di Sarri, ma senza tornare quella di Allegri, perdendo la capacità di chiudere e tenere sotto controllo le partite, anche quelle “sporche”. Non vi era più intensità nel gioco, c’erano assenza di pressing, mancanza di idee e manovra tutt’altro che fluida, difesa passiva, bassa e purtroppo anche colabrodo. Non era più – se mai lo fosse stata – la Juve di Sarri, ma non era nemmeno la vecchia squadra di Allegri. Nel frattempo abbiamo iniziato ad assistere a delle conferenze stampe di Maurizio Sarri sempre più in difficoltà. Prima lo vediamo sottolineare come lui non abbia parola in merito al mercato a dimostrazione di come si sia dovuto adattare alla situazione presente. Successivamente ribadisce la difficoltà che ha nel trovare una quadratura ad una squadra con giocatori troppo diversi per formare un buon mix in campo, chiedendo pubblicamente aiuto ai suoi giocatori. Infine lo ascoltiamo affermare come lui proponga delle idee, ma sono i giocatori a decidere come stare in campo. Scena culminata con Chiellini che si auto-sostituisce per entrare in campo senza che nessuno gli avesse detto qualcosa, mancando di rispetto verso l’allenatore e verso i propri compagni. Gioca da titolare una partita appena dopo essere tornato ad allenarsi dai compagni, post-infortunio, completamente fuori condizione e senza nemmeno poter avere garanzie fisiche necessarie tanto da chiedere il cambio dopo i primi 20 minuti iniziali, ma riuscendo a restare in campo fino alla conclusione del primo tempo, mettendo la squadra in difficoltà. Oppure lo stesso Bonucci che gioca con un piccolo infortunio e si rifiuta di essere sostituito a pochi minuti dal termine della partita. Lo stesso Chiellini lo troviamo anche durante l’estrazione delle final eight accanto a Nedved, dove normalmente dovrebbe esserci Paratici, un dirigente, come accade in qualsiasi delle squadre li presenti, e non un calciatore. A quel punto salta all’occhio come i senatori della Juventus anziché essere valori aggiunti siano oggettivamente un problema, e non una soluzione. Anche perché la presenza di positivo fino ad ora non la si è vista. Si parla spesso di personalità e di fama, ma le grandi squadre europee che stanno tornando a vincere e che hanno dovuto affrontare un cambio di ciclo delle figure di riferimento nello spogliatoio, sono composte da giovani, e chi gioca lo fa per meritocrazia, non da senatori che giocano principalmente per meriti passati e riconoscenza. Senza contare l’aspetto economico: stipendi elevati per giocatori perennemente infortunati, che spesso fanno panchina o per giocatori non all’altezza delle prestazioni che dovrebbero offrire.

E quindi accade che una società sbaglia le scelte di mercato per più sessioni, arrivando ad un punto di non ritorno. Succede che l’allenatore, con sicuramente qualche limite e con vari errori commessi, accetta una squadra senza garanzie e senza imporsi, rinunciando ad allenare la squadra e giustificando le sconfitte con delle motivazioni che definiremmo “scuse” con il fine di proteggere la squadra da prestazioni opache. Le sue uscite in conferenza stampa in cui esalta la squadra non sono concordi ai numeri che mostrano spesso una squadra asimmetrica, priva di qualità nella corsa, nei tiri e nelle occasioni create. Spesso poi è una squadra in difficoltà dal punto di vista fisico. Dal punto vista tattico invece, il vero errore commesso è stato quello di legare delle idee dietro a dei numeri di formazioni, non valutando possibili alternative come ad esempio a quel 4-3-3 finendo poi per improvvisare una dubbiosa difesa a tre, quando lui stesso aveva detto che non avrebbe mai giocato con una difesa a tre. Giocatori che sono in là con gli anni e a fine carriera, sazi di vittorie, passeggiano quando il tempo sta per scadere, con una partita da rimontare e portare a casa. Pochi giocatori di talento e pochissimi giocatori giovani futuribili. Giocatori che non sembrano seguire più di tanto le indicazioni dell’allenatore. Senatori che anziché aiutare, complicano il vivere dell’allenatore nello spogliatoio. Una tenuta atletica dubbia e certamente discutibile. Una dirigenza che dovrebbe essere presente e dettare delle regole, ma che a tratti sembra troppo riconoscente a chi ha fatto le fortune del passato e meno quelle presenti.

Nella fattispecie i numeri rispetto alle stagioni passate sono impietosi: la Juve prende molti più goal, almeno un goal a partita, i centrocampisti ne fanno molti meno, la disposizione in campo è prettamente asimmetrica con sviluppo sulla destra, sebbene sia possibile riscontrare un aumento della media goal rispetto al passato. A questo si aggiunge un possesso palla sterile che manca di inserimenti e fraseggi negli ultimi metri.

Insomma, il problema non ha certamente un solo nome e cambiare allenatore non basterà a coprire i problemi esistenti. Di certo non tifo l’esonero di un allenatore che sicuramente conosce bene il suo mestiere e che non ha potuto esprimere appieno le proprie idee. L’idea più saggia sarebbe quella di sostenerlo per un altro anno ma servirà un mercato rivoluzionario a prescindere dal tecnico che ci sarà nella prossima stagione. Una cosa è certa, le difficoltà sono molte e provengono da diverse situazioni. La parola del giorno è “responsabilità”.

Leonardo Pompeo

Immagine in copertina: foto di Pixabay, via Pexels, free stock.

L’aquila reale: un predatore maestoso

“Le aquile! Arrivano le aquile!”

J. R. R. Tolkien, “Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re”

Nella sua maestosità, l’aquila conduce una vita sobria e organizzata, preleva le risorse del suo territorio senza mai depauperarlo, mantenendo così un virtuoso equilibrio con l’ambiente: un obiettivo che l’uomo deve porsi e può conquistare.

Danilo Mainardi

Il saggio Zeus

mandò subito l’aquila, la più rapida fra i volanti,

la cacciatrice nera, che dicono fosca.

Omero, Iliade

 Una visione molto grande è necessaria e l’uomo che la sperimenta, deve seguirla come l’aquila cerca il blu più profondo del cielo.

Cavallo Pazzo, capo Sioux

di Fabrizio Bertini

Con il termine rapaci si identifica un insieme parafiletico, che non si dirama cioè direttamente da un antenato comune, di uccelli predatori tassonomicamente riconducibili agli ordini Strigiformes, Falconiformes e Accipitriformes. A quest’ultimo ordine, nonché alla famiglia Accipitridae, appartiene l’aquila reale, uno dei rapaci dall’areale più esteso nell’emisfero boreale. Nel bacino mediterraneo si può trovare, oltre che in Italia, nella penisola balcanica, nella Francia meridionale e in Spagna, fino alle propaggini occidentali del Nord Africa. La distribuzione europea comprende inoltre le Alpi oltre il confine italiano, l’area carpatico danubiana, la Scandinavia e la parte settentrionale del Regno Unito, mentre in Asia questa specie è presente nella maggior parte del continente, fino ad arrivare al Giappone, con popolazioni infine anche nel Nord America.

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Il nome scientifico Aquila Chrysaetos sta per “aquila dorata” (dal greco chrysos, “oro” ed aetos, “aquila”), come attestato anche dal nome comune inglese “golden eagle”, che ne è una traduzione letterale. Tale appellativo trova ragione nel tono cromatico più chiaro di spalle e nuca che contrasta con un piumaggio il cui colore dominante nel resto del corpo è bruno, di tonalità variabile su base locale e individuale, con inserti di bianco più marcati nei giovani e nella porzione prossimale delle penne timoniere e remiganti secondarie e più sfumati negli adulti. Il capo è allungato e termina con un becco color giallo acceso con estremità adunca di tinta grigia, atta a strappare e dilaniare la carne delle prede, che vengono ghermite grazie a possenti zampe munite di quattro dita, irte di artigli ricurvi.

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Aquila chrysaetos.
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La lunghezza del corpo può variare tra i 70 cm e il metro, mentre l’apertura alare tra i 180 e i 240 cm, a seconda della sottospecie; fra queste le più grandi sono Aquila chrysaetos daphanea (regione del Caucaso, Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan, Manciuria) e A. c. kamtschatica (Mongolia e Siberia) che possono raggiungere i 7 kg di peso, mentre la più piccola, la giapponese A. c. japonica, difficilmente supera i 3. Le dimensioni della sottospecie residente in Italia e in Europa, quella nominale Aquila chrysaetos chrysaetos, sono invece generalmente intermedie tra gli estremi sopracitati. E’ perlopiù  a livello di  praterie e radure che intervallano distese boscose che questo apicale e al contempo versatile predatore caccia le prede del suo vastissimo menu che comprende roditori come le marmotte, lagomorfi come conigli, lepri e minilepri, ma anche volpi e mustelidi come donnole e faine e persino cuccioli di ungulati come caprioli e camosci. Questo per quanto riguarda i mammiferi visto che l’aquila reale non disdegna affatto altri uccelli come ad esempio galliformi tra cui fagiani, galli forcelli, galli cedroni e pernici, corvidi e altri rapaci più piccoli come sparvieri e poiane. All’occorrenza può anche  ripiegare su rettili come ramarri, serpenti (https://kakkabis.home.blog/2020/02/11/tutto-ebbe-inizio-con-un-serpente-parte-1-anatomia-tassonomia-ed-evoluzione/ https://kakkabis.home.blog/2020/03/02/tutto-ebbe-inizio-con-un-serpente-parte-2-diverse-famiglie-diverse-specie/  ) e tartarughe, nonché reinventarsi come saprofago cibandosi di carcasse in tempi di magra. 

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Predazione su una volpe.

Di abitudini strettamente monogame, forma coppie che, fino alla morte di uno dei due membri, controllano insieme territori di estensione variabile da circa 50 a 500 km quadrati, a seconda di abbondanza di prede e competizione intraspecifica. La possibile concorrenza per le prede tra i partner viene però aggirata grazie all’espediente evolutivo di un dimorfismo sessuale basato sulle dimensioni, maggiori nella femmina che pesa circa una volta e mezzo il maschio (4,5-6,5 kg vs 3,5-4,5 kg), con la conseguenza che laddove la stazza consente a lei di sopraffare animali più grandi, lui ha invece dalla sua maggiore agilità, più adatta a prendere di mira prede minute e scattanti.

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La possibile preda viene individuata grazie a una fondatamente proverbiale vista acutissima, che può contare su occhi con iride di colore marrone scuro nella femmina e chiaro tendente al giallastro nel maschio, pressappoco delle stesse dimensioni di quelli umani e quindi molto più grandi in proporzione. Per dare l’idea di quanto la visione di questi rapaci sia più efficiente di quella dell’uomo, basti pensare che dispongono di un campo visivo di 340 gradi rispetto ai nostri 80, grazie alla posizione degli occhi inclinata di 30 gradi rispetto al becco. La fovea, distretto centrale della retina a massima concentrazione di coni, che sono fotorecettori che esplicano la loro azioni in condizioni luminose, presenta 200 000 cellule nell’uomo, mentre nelle aquile le fovee sono due anziché una e ne contengono un milione. L’acuità visiva di questi animali è inoltre di 40/10 contro i nostri 10/10, con una visione di colori assai più nitida, potendo scorgere una formica dal decimo piano di un palazzo oppure un coniglio a tre chilometri di distanza.

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“Se gi umani avessero gli occhi dell’aquila, potremmo vedere una formica al suolo dal tetto di un palazzo di 10 piani. Disporremmo anche di visione acuta dei colori, visione degli ultravioletti, ed un campo visivo di quasi 360°.”

Caratteristico è l’atto predatorio in volo radente, con il quale l’aquila, fiancheggiando i crinali, si spinge a quote relativamente basse per poi piombare in picchiata o in planata sulla preda, che viene uccisa grazie alla stretta degli artigli: i tre artigli anteriori sono lunghi fino a 6 cm mentre il posteriore può raggiungere gli 8. Solitamente in questo modo vengono presi mammiferi e rettilli mentre gli uccelli possono essere catturati anche in aria. In ogni caso talora la caccia può avvenire anche in coppia, con uno dei due esemplari che vola basso spaventando la preda, consentendo così all’altro di afferrarla. 

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I voli di esplorazione del territorio avvengono invece perlopiù tramite volteggio, tipologia di volo con cui questi uccelli si avvalgono, minimizzando i battiti di ali e quindi il dispendio energetico, della spinta di correnti d’aria ascensionali (“termiche”), soprattutto in tarda mattinata e primo pomeriggio. In queste occasioni l’aquila, qualora non si elevi a quote troppo alte, può essere facilmente riconosciuta per le cospicue dimensioni abbinate a un profilo distintivo di ali allungate che, lievemente inarcate a V, appaiono come rettangolari, all’estremità delle quali spiccano le grandi piume remiganti primarie. Acrobazie “a festoni“ hanno invece la funzione di segnalare ai conspecifici i confini del territorio di una coppia, la cui finestra riproduttiva annuale, che può cadere tra gennaio e maggio a seconda del clima locale, è preceduta da un tipico corteggiamento, denominato “danza del cielo”, in cui i due partner si esibiscono in spettacolari evoluzioni aeree, che vedono di norma il maschio piombare sopra la compagna, che sopraggiunge in volo rovesciato.

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A causa della difficoltà nel reperire fotografie di aquile reali che compiono danze rituali, abbiamo sopperito con l’immagine di due aquile marine dalla testa bianca (Haliaeetus leucocephalus), specie americana che presenta comportamento analogo.

Durante questo rituale sono inoltre possibili vocalizzazioni nonché scambi aerei di prede e di materiale per il nido, la cui collocazione è scelta di anno in anno dalla coppia tra una decina di opzioni possibili a seconda di quale sembra più adatta. La sede di norma consiste in pareti a strapiombo o più raramente in cime di alberi. Il nido, a prescindere da quale sia l’effettiva ubicazione, contrariamente alla credenza popolare che lo vuole in vetta alle montagne, si trova in generale a quote più basse delle abituali aree di caccia, in modo tale da consentire alle aquile di trasportarvi il cibo avendo dalla loro l’apporto della forza di gravità. La quota di nidificazione pertanto, per la popolazione italiana, si aggira mediamente attorno ai 2000 metri sulle Alpi e ai 1000 sugli Appennini, con picchi massimi fino a 2700 e occasionalmente minimi fino a 350, benché le altitudini montane siano preferite non tanto per abitudini primarie del rapace, ma per le minori fonti di disturbo di origine antropica. La femmina, che generalmente dopo circa un mese e mezzo dall’accoppiamento depone un uovo e poi un altro a distanza di alcuni giorni, si occupa delle cova, avvalendosi della stazza maggiore per una migliore ritenzione di calore e per una difesa più efficace del nido. Nel frattempo viene nutrita con continuità grazie a piccole prede elargite dal più snello consorte, che può però anche dare il cambio alla compagna per brevi periodi. 

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La schiusa avviene dopo un’incubazione di circa un ulteriore mese e mezzo. I pulli appena nati sono ricoperti da un folto piumino bianco. Visto il tasso di crescita incredibilmente rapido nel periodo perinatale, di norma il primogenito gode di un notevole vantaggio nell’approvvigionamento del cibo fornito dai genitori rispetto al fratello minore, che solitamente soccombe entro breve all’autoalimentarsi circolare del gap preesistente, qualora non sia direttamente ucciso dal maggiore, nella più totale indifferenza parentale, secondo uno schema comportamentale che, dal nome della nota vicenda biblica, prende il nome di cainismo. Questo, anche se può apparire crudele secondo un’ottica antropocentrica di buono e cattivo che non esiste in natura, è in realtà un adattamento evolutivo sviluppatosi in virtù del fatto che generalmente le risorse alimentari disponibili non consentono il sostentamento di entrambi i pulli ed è preferibile, visto anche il tasso riproduttivo che in questa specie, in quanto superpredatrice, è molto basso, sacrificarne uno piuttosto che perderli entrambi per inedia, con il secondo uovo che può comunque fungere da riserva qualora il primo non riesca a svilupparsi o muoia poco dopo la nascita. Ad ogni modo, seppur rari, sono documentati casi di involo di entrambi i pulcini. 

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Dopo circa un paio di settimane iniziano a spuntare le prime piume, nello specifico timoniere e remiganti anche se il piumaggio pronto per l’involo si avrà solo dopo due mesi e mezzo, a partire dai quali avverrà una progressiva acquisizione di dimestichezza nel librarsi nonché nelle tecniche di caccia. Il volatore in erba potrà comunque ancora contare sui genitori per l’apporto di cibo fino ai sei mesi circa, quando, acquisita ormai completa indipendenza, verrà da loro espulso al di fuori dei confini del territorio. 

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Inizia ora una fase di nomadismo giovanile, la quale si protrarrà fino a circa 5 anni, quando formerà una nuova coppia stabilendosi in un nuovo territorio.  

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Giovane adulto.

A questo punto l’attività riproduttiva può consistere in una cova annuale nel caso in cui la densità di popolazione nell’area sia subottimale, mentre tende a farsi più saltuaria man mano che ci si avvicina a una saturazione, ossia al raggiungimento di uno stato di equilibrio con l’ambiente circostante, come sembra ad esempio riscontrarsi nella relativamente abbondante popolazione valdostana. Nella più piccola delle regioni italiane risiede circa il 5 % della popolazione del nostro paese, che attualmente comprende circa 600 coppie, distribuite per circa due terzi sull’arco alpino, ove in generale la popolazione è in ottima salute, autostabilizzata, grazie a complessi meccanismi di regolazione, su livelli prossimi alla capacità portante. Il rimanente terzo è distribuito perlopiù lungo la dorsale appenninica, con particolare densità in corrispondenza di Appennino tosco-emiliano e parco nazionale di Lazio, Abruzzo e Molise, benché la specie sia comunque presente anche nelle due Isole maggiori,in particolare Sardegna orientale. 

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Gli attuali numeri sono frutto di una progressiva ripresa grazie alle normative che tutelano questa specie, sia nazionali, come la legge 150/92 che annovera l’aquila reale tra le specie strettamente protette, il bracconaggio a danno delle quali è  punito con severe conseguenze penali, sia internazionali, come la Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat, la Convenzione di Berna e la Convenzione di Washington. Infatti, in assenza di protezione, la popolazione di questi rapaci era stata spinta sull’orlo dell’estinzione. Già da tempo infatti l’aquila reale non solo risentiva inesorabilmente della progressiva perdita del suo habitat a causa dell’antropizzazione incalzante, ma era anche vittima di persecuzione diretta sulla base di sbrigativi pregiudizi, come la pericolosità per il bestiame domestico o addirittura per la paura che catturasse i bambini. Quest’ultima credenza è totalmente priva di fondamento sia perché l’aquila non ci vede in alcun modo come prede benché purtroppo il contrario non sia sempre vero, sia perché è in grado di trasportare in volo carichi fino a un chilo e mezzo circa, con le prede più grandi che vengono smembrate portando i resti al nido con diversi andirivieni oppure consumate direttamente sul luogo dell’uccisione. D’altronde l’occasionale predazione su bestiame domestico fino alle dimensioni di un agnello è bastata a renderla destinataria di fucilate, nonché vittima di bocconi avvelenati, magari aventi come bersaglio altri predatori compagni di sventura, come lupi, orsi e linci. Questi fenomeni, seppur in progressivo declino, persistono purtroppo tutt’oggi, costituendo una delle principali minacce per questa specie, assieme al traffico illegale dei pulli e a disturbi antropici, come trekking e soprattutto arrampicate in prossimità dei siti di nidificazione, nonché all’impatto contro i cavi di conduzione elettrica, particolarmente nefasto per i giovani esemplari.

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Tuttavia per fortuna prevale attualmente nel nostro paese un trend demografico stabile o positivo grazie allo spopolamento delle montagne, alla tutela a livello legale e al carisma di questo animale che sta via via prendendo sempre più il sopravvento su ormai anacronistiche superstizioni. Da sempre infatti, con il suo profilo e volo maestoso, l’aquila ha avuto un ruolo chiave a livello di simbologia, che è trasversale a diverse culture e civiltà. Basti pensare che secondo la religione greca Zeus assumeva questa forma per portare messaggi agli uomini e secondo alcune versioni del mito l’aquila compare come animale esecutore del castigo ai danni di Prometeo (il cui fegato veniva divorato ogni mattina per poi ricrescere), reo di aver rubato il fuoco dal carro del sole di Apollo contro il volere divino. Analogamente nel pantheon induista è un’aquila Garunda, destriero del  dio Vishnu, mentre nella mitologia norrena è associata al dio Odino, con particolare risalto conferito alla dimensione di predatore di vertice, da cui il nome del macabro supplizio detto “aquila di sangue”, nel quale i vichinghi strappavano le costole ai nemici ancora vivi aprendoli come ali d’aquila per poi estrarne i polmoni. Questo alone folcloristico ha permeato, indipendentemente dall’effettiva veridicità, anche la narrazione di fatti storici, vedasi l’aquila che si dice sia stata intravista nel cielo al momento della nascita di Alessandro Magno. Ritroviamo una posizione di eminenza dell’aquila anche presso la cultura di molte tribù di nativi americani. Il simulacro di questo animale si trovava spesso infatti più in alto di tutti gli altri nei totem e segno di grande prestigio era ornare il capo con le sue piume. 

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Zeus e l’aquila.
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L’aquila divora il fegato di Prometeo incatenato.
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Garunda e il dio Vishnu.
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Aquila di sangue.
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Totem americano, con l’aquila al vertice.
Immagine che contiene esterni, persona, guardando, uomo

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Tradizionale copricapo con piume di aquila, indossato da un nativo americano.

Infine, a livello di falconeria, una grande tradizione di addestramento di questa specie sussiste in Kazakistan.  

Immagine che contiene erba, esterni, persona, campo

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Falconieri kazaki in abito tradizionale.

Nel panorama dei falconieri europei, l’aquila reale è poco riprodotta e diffusa. Le grosse dimensioni e la spiccata aggressività rendono questa specie adatta solo ai più esperti e non alle esibizioni pubbliche, nelle quali le viene preferita l’aquila delle steppe (Aquila nipalensis), per le dimensioni minori e per un meno marcato istinto predatorio, a causa del maggior rilievo del versante saprofago nella sua dieta.  

Immagine che contiene erba, esterni, animale, uccello

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Aquila delle steppe.

Il mio sincero augurio è che possiate prima o poi scorgere queste magnifiche creature librarsi alzando gli occhi al cielo.

Immagine di copertina: foto di A Different Perspective, via Pixabay.

Fonti e immagini:

7 libri fondamentali (più uno)

di Costanza Savaia

Questo articolo nasce da un meme che circola su Facebook, in cui si chiede di postare le copertine di sette libri ritenuti fondamentali nella propria formazione. Avrei dovuto scrivere un post, ma mi son fatta prendere la mano e ne è nato un papiro decisamente più adatto ad un blog che alle occhiate veloci di un visitatore di Facebook. Il post ad ogni modo è visibile anche sul mio profilo social, ma lo trascrivo qui perché penso possa essere uno spunto e che consigliare letture, scrivendo i motivi per i quali le ritengo formative nel mio percorso e perché penso che possano essere interessanti anche per gli altri, non sia mai inopportuno e che sia una bella occasione di condivisione.

Ecco quindi il mio elenco di 7 libri che ritengo fondativi del mio percorso (ce ne sono molti altri, ma a questi sono particolarmente affezionata).

1. “Breve storia del clima” di Tim Flannery.

Lo scoprii quando avevo 12 anni su uno scaffale della Biblioteca comunale di Savona. Sfogliato, scrutato, rimesso a posto in un di moto di timidezza. Lo avrei poi preso in prestito, divorato nelle settimane fredde del gennaio 2011, e vi avrei scoperto una testimonianza illuminante sulle cause scatenanti della crisi climatica. Tim Flannery è uno dei piú grandi e lucidi divulgatori in merito alla crisi climatica e questo libro, arrivato in Italia nel 2006, è pensato per i ragazzi, un’edizione ridotta del piú famoso saggio “I signori del clima”. Ma proprio perché agile e semplice da leggere, e allo stesso tempo ben centrato e ricco di dati utili, può essere un punto di riferimento anche per gli adulti. La piú grande nota di merito secondo me è quella di individuare nella combustione del carbone per la produzione di energia elettrica la principale responsabile della crisi climatica, tutt’ora quasi la metà delle emissioni di carbonio proviene dalle centrali a carbone ancora attive. Un dato su cui riflettere, specialmente quando siamo bombardati di messaggi che ci invitano a modificare “solo” i nostri comportamenti individuali mentre i grandi produttori di energia continuano a portarci imperterriti nel baratro bruciando milioni di tonnellate di carbone, con il benestare dei politici. Comportarsi bene in casa propria è sacrosanto, ma non sufficiente.
Purtroppo questo libro è oggi fuori commercio, ma dovrebbe essere rinvenibile usato oppure come fondo di magazzino, come potete notare dall’etichetta dopo averlo reso alla Biblioteca l’ho acquistato in un negozio Libraccio come fondo di magazzino. Attualmente solo “Una speranza nell’aria”, altro saggio più recente (2015) di Tim Flannery sull’argomento, è disponibile fisicamente in italiano.

2. Questi sono due libri in realtà, ma li riunisco in un’unica foto per ragioni di continuità narrativa: “Lo Hobbit” e “Il Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien. La cultura italiana ha sempre avuto dei problemi ad accettare la qualità oggettiva della cosiddetta “narrativa popolare”, così come del racconto fantastico, come se pop e fantasy fossero sinonimo di spazzatura. Come se Tolkien non fosse stato uno dei piú grandi intellettuali del Novecento, oltre che grandissimo linguista e traduttore. E come se la saga dell’Anello non fosse uno dei piú grandi capolavori del XX secolo (non solo in letteratura). Eppure c’è sempre un filo di vergogna da parte degli intellettuali italiani nell’ammettere che Tolkien faccia parte della loro formazione. Ma diciamo le cose come stanno: Tolkien è stato uno dei piú grandi autori ed intellettuali del Novecento, e la sua invenzione, la sua mitopoiesi, come lui correttamente la definiva, è un classico, un capolavoro senza tempo. In questa opera epica si mescolano elementi visionari ed inesauribili: epopea eroica, saga cavalleresca, romanzo bucolico, ed un troppo poco citato afflato filosofico tutto novecentesco sul male come malattia, regressione, dimensione non assoluta insita in un’armonia preesistente, che la può corrompere, spegnere, ma non potrà mai assurgere a realtà indipendente e radicale. Radicale è solo il bene, la luce, la musica nel cuore di Gandalf, ravvisata con stupore da Pipino prima dell’assedio di Minas Tirith. Da questo punto di vista, la valutazione superficiale secondo cui nell’opera di Tolkien Bene e Male siano assoluti contrapposti (famosa anche a causa della controversa introduzione di Elémire Zolla che ancora adesso ne accompagna l’edizione Bompiani), è del tutto infondata. Per Tolkien solo il Bene è radicale, il male è una malattia passeggera insita nell’armonia delle cose, che può portare all’estinzione se non viene fermato, ma che non ha dignità di realtà assoluta. Questa concezione è molto moderna (qualcuno si ricorda le affermazioni di Hannah Arendt sulla banalità del male? contesto filosofico completamente diverso, eppure una convergenza c’è) e segna un passaggio di consegne all’interno dell’immaginario popolare, fra il male assoluto identificato con la morte ed il peccato, ed il male “senza profondità” identificato con la malattia, la regressione ed il marcire della materia vitale. Nel “Signore degli Anelli” c’è una pratica pressoché sistematica di descrizione di paesaggi inquinati e massacrati da industrie mefitiche: questo aspetto viene quasi sempre omesso dalla critica, forse perché adombra l’idea di epica medievaleggiante che si vuole appiccicare ad un romanzo in realtà molto piú ricco e difficile da incastrare in un solo genere, rendendone più difficile la valutazione. In realtà si tratta di un aspetto fondamentale per comprenderne la complessità e l’originalità, che da questo punto di vista è al cento per cento contemporanea. Il fatto che un romanzo simile abbia avuto tanto successo dalla seconda metà del Novecento in poi dovrebbe far riflettere chi indaga sui mutamenti della nostra condizione esistenziale.

3. Tolkien mi ucciderebbe per averlo messo accanto al suo incubo fatto persona, ma tant’è: “Vita di Walt Disney” di Michael Barrier. Perché Tolkien e Disney sono due giganti della narrativa novecentesca troppo immensi per non essere inseriti nello stesso pantheon. E se con Tolkien c’è un filo di verecondia da parte degli intellettuali, con Disney si sfiora la vergogna nera. Eppure questo narratore è parte della nostra storia a tal punto che lo si dà addirittura per scontato, lasciandogli la cortesia di languire in un angolo a guardarci, senza mai riflettere sulla portata del suo lascito. La sua figura è assurta ad una tale statura mitologica che gli si attribuiscono un’infinità di qualifiche tanto portentose quanto decisamente ridimensionabili, come quella di creatore materiale di interi universi, lavoro di cui Disney fu scintilla creativa ma che in realtà fu svolto da insigni collaboratori (Carl Barks e Floyd Gottfredson, fra gli altri, di diritto considerati a loro volta fra i piú grandi narratori del Novecento), o semplicemente di antonomasia del disegnatore, quando in realtà il suo talento in questo ambito era modesto e l’identità grafica dei suoi personaggi fu opera di animatori e collaboratori come il socio della prima ora Ub Iwerks. Ma quindi chi, cosa fu Disney? Fu un visionario, un uomo dall’immaginazione fertilissima ma con limiti oggettivi nell’esprimerla come autore completo, che perciò affidò questo compito ad un gran numero di colleghi scelti con grande perizia e con un’eccezionale capacità di fiutarne il talento nei piú disparati ambiti. Tutti i suoi capolavori sono generati letteralmente per emanazione, Disney non fu mai esecutore diretto ma fu presente in ogni aspetto della composizione come supervisore e produttore, seguendo i propri dipendenti passo passo, in ogni fase. Per questo le sue opere sono così “sue”, così inconfondibilmente pervase del suo immaginario. Quella di Disney non fu solo un’azienda di animazione e produzioni cinematografiche, fu un’idea, una rivoluzione, una costruzione di sogni di accecante bellezza. Non tutti sanno che con la vecchiaia Disney si ritirò progressivamente dall’animazione, e mentre i Walt Disney Animation Studios sfornavano capolavori in crescente autonomia, il fondatore bazzicava piú volentieri fra documentari, film girati dal vivo, costruzione di modellini e robot, fino a Disneyland, forse il vero testamento di Disney: un luogo in cui i sogni si materializzano, non un semplice parco divertimenti, ma un luogo a metà fra “nostalgia ed euforia”. Nostalgia perché Disneyland è quanto di piú vicino ad un mondo ideale che non esiste e non esisterà mai, euforia perché… Be’, chiunque ci sia stato sa che questo allegro carrozzone, una volta che ce l’hai sotto gli occhi, è irresistibile e ti inghiotte in una fanfara di entusiasmo e divertimento al quale anche i piú insospettabili denigratori dell’immaginario disneyano difficilmente sapranno guardare senza sorridere. Vedere per credere.
Ma dicevo dello screzio con Tolkien: il grande scrittore britannico sosteneva che Disney fosse deviato, perverso, quasi un flagello dei tempi, eppure ne riconosceva il genio, immaginando quale grandezza avrebbe potuto raggiungere se solo fosse stato… un po’ piú colto. Sì, in sostanza Tolkien accusava Disney di essere un cervellone a cui era capitata la disgrazia di non ricevere una formazione adeguata al suo potenziale. Eppure Disney ha rappresentato una pietra angolare dell’immaginario del Novecento (ma anche del Duemila!) tanto quanto Tolkien. Che dal suo punto di vista non aveva tutti i torti ad aver ribrezzo di Disney: il cineasta americano non era tanto diverso da Sauron, era un cristallizzatore di materia narrativa, che badava pericolosamente alla forma stupefacente piú che alla sostanza mitologica, che cercava di fissare per sempre immagini tratte dal folklore che per Tolkien avrebbe dovuto essere materia viva, impossibile da imbrigliare, un fiume al quale attingere umilmente senza cercare di materializzarlo e ammaestrarlo. Si pensi solo al fatto che, dopo “Biancaneve e i sette nani”, sia diventato impossibile concepire la fiaba di Biancaneve con un’estetica diversa da quella disneyana, dopo che per centinaia di anni il racconto era mutato di bocca in bocca, anche dopo essere stato antologizzato dai fratelli Grimm nel XIX secolo, vivo e cangiante come ogni racconto popolare. Non è difficile capire perché, per un uomo dell’intelligenza e con i princìpi di Tolkien, i film di Disney fossero blasfemi. Per non parlare di Disneyland, che di fatto elimina l’elemento narrativo come parte fondante, per condensare il fiabesco in pura forma cristallizzata, destinata a sorprendere invece che a raccontare. Un’aberrazione!
Chiunque si approcci contemporaneamente a Disney e a Tolkien sa che nessuna delle due concezioni può avere la meglio sull’altra, sono le due vie maestre della cultura narrativa contemporanea, per questo, almeno per me, devono stare nello stesso pantheon.

4. “Solaris” di Stanislaw Lem.
Uno dei piú grandi lasciti della letteratura sovietica e pietra miliare della letteratura polacca contemporanea. “Solaris” è l’opera di uno scienziato, un ciberneta, che ha trascorso la vita a studiare i misteri del cervello umano e le relative applicazioni alla tecnologia. In questo romanzo eccezionale viene enunciato magistralmente il mistero dell’intelligenza e del suo rapporto con le emozioni, attraverso un racconto fantascientifico che vede pochi personaggi interagire con un pianeta dalle proprietà incomprensibili all’uomo, capace di regolare autonomamente la propria orbita gravitazionale e coperto da un oceano di materia mucillaginosa che di continuo fiorisce e si condensa in forme disparate, da costruzioni irregolari a spettacolari creazioni geometriche, fino a perfette riproduzioni della coscienza recondita degli esseri umani che partecipano ad una delle ultime spedizioni programmate per un pianeta che è ormai considerato troppo enigmatico per essere compreso… Nonostante stenti a definirlo un libro scorrevole (non lo è, per densità dei temi trattati o anche solo per la sovrabbondanza di descrizioni sublimi da ammirare se possibile senza fretta), l’ho letto letteralmente tutto d’un fiato, cominciato la sera e finito la mattina, con un entusiasmo e una passione che rimangono un caso unico fra tutti i libri che abbia letto finora. Impossibile scriverne nel dettaglio senza dilungarsi nelle infinite porte che vengono dischiuse al lettore; quello che mi preme sottolineare qui è che questo libro, che poi è ciò che davvero mi commuove leggendo, ha tutta l’aria di essere stato amato innanzitutto dall’autore, dalla prima all’ultima parola. Un amore per il mistero che innerva ogni pagina ed è più forte del senso di claustrofobia che un argomento simile avrebbe potuto ingenerare. Invece no, non ho sentito claustrofobia, ho sentito un’apertura verso l’immenso, verso il mistero dell’uomo e di quel di più con cui si confronta per natura o per scelta, delineato da una mano che questo mistero, semplicemente, lo ama. Consiglio l’edizione Sellerio in quanto è l’unica edizione integrale disponibile in Italia, ed è fondamentale una lettura completa trattandosi di un romanzo in cui ogni passaggio è significativo e carico di implicazioni filosofiche.

5. “La ragazza delle arance” di Jostein Gaarder.
L’autore norvegese è celebre per il romanzo filosofico “Il mondo di Sofia”, ma a colpirmi maggiormente nella sua produzione è stato in realtà questo piccolo romanzo, dolce e profondo, un’opera tenera e delicata che commuove parlando della morte e dell’abbandono senza mai scadere nel tragico e nel banale, ma rimanendo sempre irriducibilmente leggero, gioioso, come illuminato dall’interno da un amore viscerale per l’umano, per l’effimera bellezza dell’universo. È una parte fondamentale nella mia formazione. A volte i capolavori tengono un basso profilo.

6. “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.
Avrei dovuto leggerne pochi capitoli, come da consegna scolastica, ma lo volli leggere tutto, e mai disobbedienza fu piú fertile. È impossibile cogliere la statura di quest’opera se non la si legge integralmente, anziché arenarsi sui capitoli proposti dalle antologie liceali. Non solo un manifesto ideologico sulla forma-romanzo, ma un racconto geniale, ricchissimo di sfumature e sottigliezze sull’animo umano, una galleria indimenticabile e imperitura di scene iconiche e personaggi paradigmatici (cosa non facile in un’epoca in cui la letteratura sembrava attingere piú volentieri a ben altre fonti e periodi storici), un vero e proprio miracolo nella storia della letteratura, capace di dare al lettore pura gioia per la narrazione, che è forse la cosa piú bella quando si legge un libro.

7. “La libertà dei servi” di Maurizio Viroli.
Uno splendido saggio breve che da una parte analizza cosa significhi essere un libero cittadino di una repubblica democratica, dall’altra analizza le ragioni storiche per cui in Italia si fatica a formare cittadini responsabili anziché cortigiani che tendano ad aggregarsi intorno ai favori del potente di turno, incapaci di autodeterminarsi nella propria coscienza individuale, di concepire la sussistenza reciproca di diritti e doveri, e di vivere secondo i valori incarnati nella Costituzione. Un problema che riguarda la cittadinanza fino ai piani piú alti della politica e dei posti di responsabilità. Letto a 15 anni, è una parte fondamentale della mia formazione politica.

In copertina: foto di Emily, via Pexels, free stock.

L’asessualità: un orientamento sessuale poco conosciuto (e riconosciuto)

L’asessualità è un vero e proprio orientamento sessuale, ma è oggetto di numerosi luoghi comuni e pregiudizi. Fabrizio Bertini ci aiuta a sfatarli con un’analisi attenta e arguta.

L’asessualità, indicata dall’ultima lettera dell’acronimo LGBTQIA (Lesbian, Gay, Bisex, Transgender, Queer, Intersex, Asex), rinvenibile in circa l’ 1% della popolazione, è un orientamento definito dall’assenza di attrazione sessuale. La bandiera del movimento asessuale, che ha conosciuto un notevole incremento di attività negli ultimi anni, sebbene la conoscenza in merito sia ancora scarsa, ha strisce di colore nero, grigio, bianco e viola.


Sulla base di queste informazioni, quali di queste persone sono con certezza definibili o meno asessuali?

  • Roberto, come gli altri suoi compagni, vorrebbe tanto trovare una fidanzata.
  • Ilaria ha dichiarato di non volersi sposare.
  • Dopo una serie di preliminari di contatto, Luca e Paola hanno un rapporto sessuale completo.
  • Francesca si masturba tutte le sere.
  • Filippo e Andrea, fidanzati da due anni, si scambiano per ore carezze sul letto davanti alla TV.
  • Pietro fissa con gli occhi sgranati un calendario di una modella senza veli.
  • Tizio esclama: “Asino chi tromba!”.

Andiamo alla scoperta di questo mondo sconosciuto ai più analizzando le varie affermazioni passo passo.

Roberto, come gli altri suoi compagni, vorrebbe tanto trovare una fidanzata.

“Sicuramente allora non è asessuale”, direte, visto che desidera trovare una partner!
Spiacente di gelare gli entusiasmi ma la questione è un tantino più complessa. Anticipo innanzitutto una facile obiezione: perché il sesso senza amore è comunemente concepito mentre l’amore senza sesso non dovrebbe poter esistere?

Spesso nel linguaggio comune si accorpa sotto il generico termine “attrazione” un insieme eterogeneo di istanze di connessione interpersonale. Il fatto che molto spesso esse convergano non significa d’altronde che siano concettualmente, universalmente e necessariamente indistinguibili.
L’esempio che nella fattispecie fa al caso nostro coinvolge due distinte forme di attrazione, l’attrazione sessuale e l’attrazione romantica. La prima è quel drive istintivo che spinge a desiderare di avere un rapporto sessuale con qualcuno, il secondo ad instaurarvi una relazione romantica. Nella maggior parte delle persone queste componenti sono vissute come coincidenti, ma non è una regola assoluta, tanto più nel caso dell’asessualità. Questo termine è infatti definito dalla mancanza di attrazione sessuale, tuttavia nulla ci dice circa l’orientamento romantico dell’individuo, che può essere eteroromantico, omoromantico o biromantico, a seconda che l’attrazione romantica sia diretta verso individui di genere opposto, dello stesso genere oppure di entrambi. Il termine panromantico contempla invece nel bacino di potenziali attrattori persone agender e/o che si riconoscono in entrambi i generi. Vi è anche una quota di persone asessuali che sono anche aromantiche, ossia non provano neanche attrazione romantica, tuttavia possono essere interessate a profonde amicizie, spinta talora definita come attrazione platonica.

Ciononostante gli aromantici costituiscono solo circa il 20% degli asessuali, pertanto la maggior parte di loro è interessata alle relazioni romantiche, pur non sentendo il bisogno che esse includano il sesso. Viceversa, molti aromantici provano attrazione sessuale. Per simmetria con quanto descritto per l’asessualità esistono aromantici eterosessuali, omosessuali, bisessuali e pansessuali.
In alcuni soggetti all’insorgenza di queste spinte relazionali è propedeutico un legame emotivo con il destinatario dell’attrazione. Questa fenomenologia è indicata dal prefisso demi- . Coloro che per provare attrazione sessuale verso qualcuno necessitano di una pregressa connessione affettiva sono detti demisessuali e per l’analogo fenomeno in merito all’attrazione romantica si parla di demiromanticismo.
Sulla base delle informazioni date nella premessa possiamo soltanto concludere che Roberto non è aromantico ed è presumibilmente eteroromantico, mentre riguardo all’orientamento sessuale non vi sono elementi per trarre alcuna conclusione.

Ilaria ha dichiarato di non volersi sposare.

Allo stesso modo qualunque deduzione sull’orientamento sessuale di Ilaria risulta arbitraria sulla base dell’informazione riportata. Si potrebbe pertanto pensare ad aromanticismo ma anche questa conclusione risentirebbe del vizio di fondo dell’accostamento tra orientamento romantico e matrimonio che invece è un’istituzione di carattere sacrale-contrattuale-giuridico. È vero che al giorno d’oggi, vivendo in uno stato di diritto o presunto tale, si presume che si avvalgano di questa opzione individui parimenti autodeterminati e consenzienti sulla base delle proprie spinte sentimentali, motivazionali e valoriali, tuttavia ciò rappresenta una conquista di un tortuoso progresso culturale, tuttora in divenire, frutto di secoli di storia e non deve in alcun modo essere ritenuto un assoluto universale e necessario. Basti pensare alla concezione patriarcale per la quale a monte del rito nuziale sussisteva una trattativa tra il marito e gli uomini della famiglia della moglie, principalmente il padre ma anche i fratelli o a i matrimoni di convenienza tra famiglie reali e aristocratiche, in cui, rispetto a quanto dettato da disegni politici e ragion di stato il margine di scelta degli sposi era spesso una variabile assai flebile e va da sé che anche l’attrazione sessuale, romantica o altro che fosse c’entrava ben poco.
Inoltre una persona può provare attrazione romantica ma non sentirsi a proprio agio con l’idea del matrimonio, nonché con le incombenze sociali, economiche e legali che ciò comporta e pertanto preferire non sposarsi ma ciò non la renderebbe meno romantica di una persona coniugata che magari potrebbe essere aromantica, ma riconoscere l’istituzione del matrimonio e onori e oneri annessi e connessi come convergente con il proprio progetto di vita.

Dopo una serie di preliminari di contatto, Luca e Paola hanno un rapporto sessuale completo.

Se entrambi fanno consensualmente sesso di sicuro non sono asessuali, giusto?
Niente affatto. Il non provare attrazione sessuale non ha nulla a che vedere con castità o celibato, in cui per scelta, maturata per le cause più svariate, ci si astiene dai rapporti sessuali. L’asessualità, in quanto orientamento, non è una scelta, ma un’inclinazione naturale che porta a non sentire il bisogno istintivo della condivisione carnale. Tuttavia questo è cosa ben diversa tanto dallo scegliere di non fare quanto dal non poter fare sesso. Un asessuale in quanto tale può benissimo avere un rapporto sessuale, inteso sia come penetrazione sia come qualunque pratica o preliminare a monte. Vi sono anzi alcuni asessuali che, pur non vivendolo come una necessità primaria, apprezzano anche di molto fare sesso e pertanto prendono il nome di SEX POSITIVE. Altri invece, i SEX NEUTRAL, sono indifferenti al sesso, mentre altri ancora, i SEX NEGATIVE lo evitano e possono arrivare a provare repulsione per l’atto. Nonostante ciò sono tutti asessuali allo stesso modo, né più né meno, visto che sono accomunati dall’assenza di attrazione sessuale. Alcuni asessuali possono fare sesso per curiosità verso una sfera per la quale gli altri hanno un coinvolgimento estraneo al loro sentire oppure per appagare il bisogno di un partner sessuale.
In ogni caso però le criticità strutturali con cui si trova a fare i conti una coppia mista tra un sessuale e un asessuale, in cui è necessario trovare un equilibrio che tenga conto delle esigenze di entrambi, spesso non si esauriscono con la disponibilità del partner asessuale a concedersi.
Premesso che ciò non è scontato, e meno male, dato che è sacro e inoppugnabile diritto di ognuno disporre del proprio corpo secondo la sua volontà, a costituire un nodo non di poco conto è la forbice tra la mancanza di attrazione sessuale da una parte e quella che io chiamo transustanziazione affettiva dell’atto carnale dall’altra.
Per transustanziazione affettiva si intende una concezione del rapporto sessuale come concretizzazione materiale ed emblema del coinvolgimento affettivo tra i partner. Il desiderio carnale e lo slancio passionale vengono pertanto esperiti come coronamento di una connessione reciproca anche sugli altri piani della relazione, nonché assunti come “termometro” della salute del rapporto. Tuttavia è un termometro che viene impiegato al contrario di quello tradizionale, allertando in caso non di ipertermia, ma di ipotermia, qualora la “febbre” erotica accenni a scendere. Un calo in tal senso viene quindi vissuto come uno specchio di un raffreddamento di analoga portata sul sentimento e sull’importanza che si riveste per l’altra persona, secondo una coimplicazione del tipo “se mi ami mi desideri (sessualmente), se mi desideri (sessualmente) mi ami”. Per il funzionamento di un asessuale invece non vi è alcuna correlazione tra attrazione sessuale (mancante) e intimità emotiva e anche se decidesse di fare sesso con il partner per venire incontro ai suoi desideri o anche per piacere personale o apertura verso questo tipo di esperienza, il rischio che il partner sessuale percepisca che quello del concubino altro non è che un atto meccanico è molto elevato. E in questo caso anche una consapevolezza reciproca nonché accettazione razionale dell’altrui natura solitamente non si concretizza parimenti sul piano emotivo. È infatti comune che entrambi i partner possano sentirsi sbagliati o in colpa, quello/a asessuale per non riuscire a venire incontro ai bisogni dell’altro, da parte del quale percepisce un’istanza di normalizzazione diretta verso lui/lei, quello/a sessuale si sentirà non abbastanza valorizzato nella sua identità di genere, con possibili ripercussioni considerevoli sull’autostima.

Entrambi questi sentimenti di frustrazione sono umani e comprensibili, ma al contempo è importante per entrambi non colpevolizzare né se stessi né l’altro per quella che è semplicemente una divergenza di inclinazione naturale, la quale non è una scelta e quindi esula da qualunque considerazione sul piano etico, non essendo né encomiabile né esecrabile ma solo rispettabile.
Chiaramente è fondamentale ascoltare anche le proprie di esigenze ed eventualmente riconoscere che un punto di incontro non è possibile e con esso il rapporto che si aveva in mente. Ciò non significa che sia tutto da buttare e che tutto quello che si apprezza e che aveva attratto dell’altra persona sia da buttare, preso anche magari atto dell’impossibilità di una relazione di coppia convenzionale. Troppo spesso noto che invece la frustrazione per la mancata intesa su questo aspetto spinge le parti coinvolte a sputarsi veleno a vicenda mettendo in secondo piano tutto il buono che c’è, il che è assolutamente velleitario dato che, ribadisco, nessuno è colpevole.

Questo significa che l’amore può tutto?

Personalmente preferisco essere pragmatico e vedo davvero molto a rischio la tenuta a lungo termine di una relazione monogama chiusa tra un asessuale e un sessuale che vive l’atto carnale come transustanziazione affettiva. Non pretendo tuttavia di sapere tutto ed affermare monoliticamente “è impossibile” come fossero le tavole della legge di Mosè e non l’opinione personale di un comune mortale.
Dopotutto, è giusto che almeno una delle due parti sia costretta a vivere in un modo che non si accorda alla sua natura?
Il discorso può cambiare se invece la persona sessuale vive bene la possibilità di fare sesso al di fuori della coppia, con ruolo integrativo o sostitutivo rispetto ai rapporti con il partner asessuale, in modo tale che il suo bisogno non risulti inappagato. Tuttavia questa soluzione presuppone che quella specifica persona senta magari bisogno di fare sesso, ma senza la necessità di un coinvolgimento emotivo e inoltre la scelta deve essere concordata da entrambe le parti. Se per una persona asessuale il sesso non è importante, per quale motivo dovrebbe essere un problema se il suo partner condivide quella sfera con terzi? Nella mia esperienza una possibile causa, qualora un asessuale non viva bene la possibilità di una relazione sessualmente aperta, è il timore che possa nascere per transustanziazione un coinvolgimento romantico verso il concubino esterno. In questo caso però le possibilità a mio avviso sono queste:

  • La persona sessuale vive francamente l’atto con transustanziazione affettiva, quindi è concreta la possibilità che si instauri tali dinamica. Questo però conferma circolarmente l’idea per cui la relazione tra asessuale e sessuale con una certa inclinazione è intrinsecamente a rischio e l’ipotesi più probabile è che la relazione si sfaldi prima di concordare l’apertura della coppia.
  • La dinamica della transustanziazione affettiva si instaura anche se non prevista e la persona sessuale rompe col partner asessuale in favore del terzo individuo. In questo caso evidentemente l’intesa sessuale costituisce, per quella specifica persona, un collante più forte rispetto alle variabili attrattive che avevano suscitato interesse verso il partner asessuale. Se pertanto per qualcuno il sesso è più importante del resto, è del tutto legittimo e naturale che selezioni il suo compagno principalmente in base a quel parametro, bisogno al quale una persona asessuale difficilmente corrisponde.

In entrambi i casi quindi, se sorge una connessione romantica attraverso il sesso nei riguardi della terza persona, si palesa semplicemente il fatto che i presupposti per la tenuta del rapporto fossero precari già in partenza. Tutto questo naturalmente vale se si parla di relazioni monogame, visto che un altro possibile sbocco è quello di poliamore e non monogamie etiche, in cui si ammette la possibilità di avere più di un partner col consenso di tutte le parti coinvolte, il che si pone in antitesi con la definizione di tradimento, che prevede l’agire alle spalle di una persona abusando della sua fiducia. In un circolo poliamoroso che coinvolge una persona asessuale, i membri sessuali possono appagare il loro bisogno senza coinvolgere quest’ultima o farle pesare la sua differenza. Un’altra possibilità è quella di una coppia che coinvolga un asessuale e un gray-asessuale, al quale non pesi più di tanto una vita sessuale piuttosto tiepida, oltre naturalmente a una relazione tra soli asessuali, mentre anche in una coppia tra asessuale e autosessuale (persona attratta sessualmente da se stessa) le divergenze non dovrebbero creare problemi.

Inutile dire che non è possibile trarre alcuna conclusione circa il possibile orientamento sessuale sia di Luca sia di Paola.

Francesca si masturba tutte le sere.

Come può essere asessuale una persona che si masturba?
Ebbene, secondo un recente sondaggio sulla comunità asessuale italiana, solo meno del 20% degli asessuali non si masturba. Questo perché non provare attrazione sessuale non implica necessariamente non avere libido, anzi nella maggior parte dei casi le due cose non collimano. La libido è il generico desiderio di intraprendere attività sessuale di qualsiasi genere, compreso l’autoerotismo mentre l’attrazione sessuale verso una persona è il desiderio istintivo di avere un rapporto con essa. La libido di una persona asessuale non è diretta verso nessuno in quanto, sebbene alcuni possano servirsi di strumenti come la pornografia per raggiungere l’orgasmo, non vi è un’analoga spinta ad agire di conseguenza. Molti di loro trovano piacevole l’attività autoerotica, che può essere vista come un efficace ricostituente contro lo stress oltre che un’impellenza fisiologica da sbrigare, senza dimenticare la significativa minoranza che non si masturba per nulla. Come in ogni ambito la parola d’ordine è variabilità.

Qualunque affermazione sull’orientamento sessuale di Francesca risulta pertanto arbitraria.

Filippo e Andrea, fidanzati da due anni, si scambiano per ore carezze davanti alla TV.

Già il fatto che in precedenza abbiamo smontato la credenza secondo cui gli asessuali non possono fare sesso dovrebbe bastare a fugare ogni dubbio. Tuttavia, dov’è scritto che l’accarezzarsi debba avere per forza un significato erotico? Introduciamo allora il concetto di un nuovo tipo di attrazione, l’attrazione sensuale, ossia la spinta a desiderare un contatto fisico di natura NON sessuale con una persona, come ad esempio baci, carezze e abbracci. L’attrazione sensuale, come tutte le altre forme di attrazione che abbiamo visto, sessuale, romantica e platonica, è un’istanza a sé stante, che può coesistere con le altre come no. Per esempio l’abbracciare un amico ha valenza puramente sensuale secondo la concezione comune, secondo la quale spesso questo gesto costituisce preliminare dell’atto carnale nell’ambito della coppia. Tuttavia questa impostazione convenzionale dei confini è ormai in progressiva decadenza nella sua veste di dogma e, seppur costituendo tuttora il modello numericamente prevalente, nonché rispettabile come tutti gli altri, non ha nulla di assoluto ed è anch’esso frutto di inclinazioni soggettive e arbitrarie. Quello che fa la differenza sono le inclinazioni e le scelte individuali che si estrinsecano col consenso di tutte le parti e che in alcuni casi possono contemplare il sesso in una relazione identificata come di amicizia oppure non contemplarlo in una relazione romantica, come ad esempio può avvenire tra persone asessuali, ma non solo.

Pietro fissa con gli occhi sgranati un calendario di una modella senza veli.

“Me la farei volentieri!!!”, penserà, direte. Anche questa tuttavia è un’inferenza che non ha basi logiche, se non quella della maggior frequenza dell’eterosessualità rispetto all’asessualità. 90/1 è senz’altro un rapporto notevole, tuttavia se ho la disequazione “ X quadro maggiore di zero” non posso dire che è sempre valida visto che è soddisfatta per tutto l’insieme infinito e denso dei numeri reali tranne zero (cosa vuoi che sia uno su infinito?) ma, indicando le soluzioni, devo specificare X diverso da 0. Ecco entrare in gioco un’ulteriore forma di attrazione che, rispetto a tutte le altre, e come tutte le altre, può coesistervi ma brilla comunque di luce propria, ossia l’attrazione estetica, che ci spinge a catalizzare la nostra attenzione verso una persona per la sua bellezza, come un panorama mozzafiato o i colori di un arcobaleno dopo un nubifragio, senza che a questo si accompagni necessariamente un’analoga istanza a livello sessuale o su qualunque altro piano attrattivo.

Tizio esclama: “Asino chi tromba!”.

Questo non ha assolutamente nulla a che vedere con l’asessualità, trattasi di un atteggiamento definibile come anti-sessuale e assimilabile a tutte le altre forme di discriminazione. Finora abbiamo esplorato e delineato la variabilità di gusti, desideri e inclinazioni che sono tutti legittimi finché rispettano l’altrui consenso e libertà, tuttavia non si può in alcun modo dar corda a chi attizza superficialità, intolleranza e pregiudizio. Qualunque giudizio morale su dinamiche sessuali di qualunque genere che coinvolgano adulti autodeterminati e consenzienti rientra in ottusità e bigottismo, non certo nell’asessualità. Come in tutte le categorie, baciapile e retrivi ci saranno senz’altro anche tra gli asessuali ma il loro atteggiamento NON è in alcun modo spiegato né giustificabile col loro orientamento. La stragrande maggioranza degli asessuali non ha nulla né contro il sesso né contro i sessuali.

A tal proposito, vi invito a soffermarvi sull’ultimo riquadro della seconda riga/secondo della quarta colonna:

Tirando le somme sul quesito iniziale, in nessuno dei casi nessuno dei membri coinvolti può essere con certezza identificato dall’esterno come asessuale o meno.

Differenza tra asessualità e desiderio ipoattivo
Il disturbo del desiderio ipoattivo, femminile e maschile, è definito dal DSM- 5 come condizione caratterizzata da carenza o assenza di desiderio di attività sessuale che si protrae per almeno 6 mesi. Tale condizione può essere permanente, se presente da quando l’individuo è sessualmente attivo, oppure acquisita, se subentrata a un certo punto della vita e deve causare nell’individuo un disagio clinicamente significativo. Questa è una differenza sostanziale rispetto all’asessualità in cui l’assenza di attrazione è vissuta in modo naturale senza essere causa diretta di sofferenza, la quale però può subentrare a causa del sentirsi alienati rispetto a una cultura sessuocentrica e che esalta la transustanziazione affettiva come modello di amore e relazione più valido degli altri, quando in realtà è solo il più frequente e, finché la libertà di ognuno viene rispettata, tutto è lecito. Ciò nondimeno per gli asessuali romantici può essere difficile intraprendere e mantenere una relazione sentimentale che sia conciliabile con la loro mancanza di attrazione sessuale, dato che solo per un’esigua minoranza della popolazione risulterebbe naturale e/o accettabile almeno una delle opzioni elencate nel paragrafo 3.

Come si fa a sapere se una persona è asessuale e non ha un quadro di desiderio ipoattivo? Anche su questo aspetto il DSM-5 è chiarissimo, ossia quel che fa fede è l’autoidentificazione come asessuale, in presenza della quale la diagnosi non viene effettuata. A onor del vero, laddove il manuale in lingua originale riporta il termine corretto “asexual”, nella versione italiana, per un grossolano errore di traduzione, ritroviamo l’erroneo termine “asessuato”, assolutamente fuorviante in quanto non riferito all’orientamento sessuale ma all’assenza di organi sessuali oppure a una modalità di riproduzione che non è mediata dalla fecondazione.

Asessualità e autismo
Se l’asessualità è diffusa nella popolazione generale con una percentuale stimata attorno all’1%, tra le persone rientranti nella neurodiversità dello spettro autistico la percentuale sale al 17 %. In particolare un sondaggio svolto nel gruppo facebook Asperger Adulti Italia (AAI) su un campione di 89 persone autistiche vediamo che la maggioranza assoluta, di due terzi, è costituita da persone sessuali e romantiche, ma ben un terzo è “almeno uno” tra asessuale e aromantico. In particolare il 17% sono asessuali ma non aromantici, l’8% aromantici ma non asessuali e il 10% entrambe le cose. Una comunanza tra le persone neurodiverse e asessuali è che spesso e volentieri entrambe non soffrono per la loro condizione ma “per coloro che non li accettano per come sono e per come interpretano il mondo intorno a loro”.

Luoghi comuni sull’asessualità

  • Sei giovane, non hai abbastanza esperienza.
  • Ma hai mai provato?
  • Oh pover*!!!
  • Dev’esserci un trauma o un blocco.
  • Fatti curare da un sessuologo.
  • È una malattia.
  • Dev’esserci un trauma recondito.

Sei giovane, non hai abbastanza esperienza.

Da quando in qua è necessaria esperienza per prendere consapevolezza del proprio orientamento sessuale? Se uno non sente attrazione asessuale è asessuale a tutti gli effetti.

Ma hai mai provato?

Direste a un gay: “Hai provato a fare sesso con una donna?” oppure a una lesbica: “Hai mai provato ad andare con un uomo?” oppure a un etero: “Hai mai provato un rapporto omosessuale?”

Oh pover*!!!

Se a me piace la pasta al pomodoro e a te la pasta in bianco per quale ragione dovrei compatirti? Sono solo differenti inclinazioni. Chi ha bisogno di esternalizzare teatralmente con maschere di cartapesta stile carnevale di Viareggio la propria compassione sovente prova compassione di sé ed è su quello che eventualmente farebbe bene a lavorare.

Dev’esserci un trauma o un blocco.

Anche in questo caso, lo stesso DSM-5, il più usato manuale di psichiatria e psicologia clinica, vi confuta. Vedi “Differenza tra desiderio ipoattivo e asessualità”.

Fatti curare da un sessuologo.

E perché? Io forse dico che un sessuale dovrebbe cercare di inibire questa sua spinta attrattiva? Solo per essere più compiacente al funzionamento maggioritario, rispetto al quale l’asessualità è un’alternativa né più né meno degna? Niente affatto.

È una malattia.

Anche questo è in contraddizione con le linee guida internazionali. L’ultimo DSM a considerare l’omosessualità una malattia, tanto per dire, è il DSM III datato 1980. Da allora è caduto il muro di Berlino e stanno cadendo anche quelli riguardanti la libera espressione della sessualità.

Dev’esserci un trauma recondito.

E quale sarebbe di grazia, psicanalista improvvisato? Ti invito a ripassare i criteri diagnostici, ritenta e sarai più fortunato!

Fabrizio Bertini

Immagine di copertina: foto di Marta Branco, free stock, via Pexels.

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